Tra i 900 ettari bruciati e il raccolto di riso a rischio, la Regione parla di catastrofe ecologica

Il conto dei danni: 900 ettari, 39 gradi, -30% di riso

Novecento ettari di terra bruciata. Il 30% del raccolto di riso che rischia di non esserci. E un picco di 39 gradi a Domodossola. Non è un disastro eccezionale: è la nuova contabilità di un’estate italiana. Secondo i Vigili del fuoco, fra Torino, Vercelli, Novara e il Verbano-Cusio-Ossola sono andati a fuoco circa 900 ettari. La Regione Piemonte, senza giri di parole, definisce la situazione “una vera e propria catastrofe ecologica”. A rendere il quadro più fragile c’è il termometro: lo scorso 8 luglio Domodossola ha toccato 39 gradi, mentre ad Ala di Stura, località a mille metri di quota nel Torinese, si sono registrati 33,5 gradi. Pochi giorni dopo, l’11 luglio, sono scoppiati almeno sette incendi in Sardegna; ad Olbia le fiamme hanno minacciato l’aeroporto e i voli sono stati dirottati su Cagliari e Alghero fino alle 19, quando lo scalo ha riaperto. A centinaia di chilometri di distanza, Coldiretti lancia l’allarme per il riso: se la siccità si prolunga, il raccolto potrebbe calare del 30%, una stima che non arriva da modelli astratti ma dalla memoria concreta del 2022, anno in cui già si verificò un calo di quella portata.

La siccità permanente: dal Po 2022 al Montiferru 2021

Per capire perché il 2026 sta accumulando numeri di questa portata, occorre guardare a ritroso. La siccità che oggi minaccia il riso novarese e vercellese non è un incidente meteorologico isolato. Già a partire dal 2022 il bacino del Po ha sofferto la siccità più grave osservata in oltre due secoli di misurazioni. In quell’anno le rese del riso crollarono proprio del 30%, lo stesso scenario che Coldiretti oggi prospetta per il 2026 qualora le piogge restino assenti. Il problema, insomma, si ripete e si consolida. Parallelamente, la cronaca degli incendi non è una parentesi. Il rogo del Montiferru, nel luglio 2021, devastò la Sardegna per oltre dieci giorni; le indagini chiarirono che a innescarlo fu un fatto accidentale, non doloso. Non serve cercare piromani: i boschi di querce e sugherete, resi esplosivi dalla mancanza d’acqua, bruciano per il gesto più banale. L’incendio non è più eccezione, ma il prodotto di una vulnerabilità cronica che va ben oltre la singola estate.

Cosa dicono le curve: 50-70 anni di attesa e la risposta europea

I numeri del futuro sono ancora più pesanti di quelli che riempiono i bollettini di queste settimane. Secondo quanto riportato da La Stampa, la Regione stima che per rivedere le prime specie vegetali pioniere — erbe e arbusti capaci di stabilizzare il suolo — occorreranno dai due ai cinque anni. Per un recupero completo degli ecosistemi forestali maturi, con le loro querce, faggi e conifere d’alto fusto, si parla invece di un orizzonte compreso tra cinquanta e settanta anni. È una generazione umana intera. Mentre queste scale temporali si misurano in decenni, la risposta politica si organizza su finestre molto più brevi. Lo scorso 2 giugno la Commissione europea ha presentato il più grande dispiegamento antincendio mai realizzato: 777 vigili del fuoco pre-posizionati in sei paesi dell’Unione, Italia compresa. Quegli uomini e donne possono accorciare i tempi di intervento, contenere i danni immediati, proteggere infrastrutture e abitati. Ma la curva della ricostruzione ecologica non si piega con un’unità in più di personale: resta inchiodata a una scala che sfugge a ogni logica di emergenza.

Il conto finale, insomma, non si misura solo in ettari bruciati o in tonnellate di riso andato in fumo, ma in decenni di pazienza ecologica. Il 2026, in un certo senso, segna il passaggio da una sequenza di catastrofi a una contabilità permanente del danno.