L’elettronica indiana cresce più delle regole, e il riciclo formale recupera solo una parte dei rifiuti.
Secondo i dati pubblicati da India Today lo scorso luglio, l’India ha generato circa 3,8 milioni di tonnellate metriche di rifiuti elettronici nell’anno fiscale 2024. Un volume che la colloca al terzo posto tra i produttori mondiali, dietro a Cina e Stati Uniti. La cifra — equivalente a circa 10.400 tonnellate al giorno — arriva in un momento in cui il paese sta rafforzando le regole sulla responsabilità estesa del produttore, ma fatica a tenere il passo con la velocità con cui smartphone, laptop e batterie esauste si accumulano nelle discariche formali e informali.
La traiettoria è ancora più netta se si guardano i dati del Central Pollution Control Board, l’agenzia ambientale indiana, citati nella stessa inchiesta: la generazione annuale documentata è passata da 1,01 milioni di tonnellate nel 2019-20 a 1,75 milioni nel 2023-24. In quattro anni, un aumento del 73 per cento. Non si tratta di un’anomalia statistica: il Global E-waste Monitor, pubblicato da UNITAR e International Telecommunication Union, ha calcolato che a livello globale la generazione di rifiuti elettronici cresce cinque volte più velocemente del riciclaggio documentato. Nel 2022, meno di un quarto — il 22,3 per cento — di tutta la massa di e-waste prodotta nel mondo è stata tracciata come correttamente raccolta e riciclata. Il resto è finito in flussi non registrati: rottamazione informale, inceneritori, discariche non controllate o esportazioni opache verso paesi con regolamentazioni più lasche.
Un moltiplicatore spaventoso
Il problema non è solo il volume assoluto, ma la velocità con cui il fenomeno accelera. L’India non è un’eccezione: è un caso da manuale. Secondo i dati del CPCB riportati in una nota ufficiale del governo, nell’anno fiscale 2023-24 sono state generate 1.254.286 tonnellate metriche di rifiuti elettronici attraverso i canali formali, con un tasso di raccolta e riciclaggio del 61,94 per cento. L’anno successivo, il 2024-25, il dato è salito a 1.397.955 tonnellate, con una percentuale di recupero del 70,71 per cento. Il miglioramento è visibile: quasi nove punti percentuali in più in un solo esercizio. Ma il numero complessivo di rifiuti non trattati — la differenza tra quanto generato e quanto effettivamente riciclato — resta enorme: circa 477.000 tonnellate nel 2023-24 e circa 409.000 nel 2024-25. Un gap che in termini assoluti si è ridotto di poco, nonostante lo sforzo.
La concentrazione geografica aiuta a mettere a fuoco la scala. Delhi da sola contribuisce a circa il 9,5 per cento del totale nazionale, una quota sproporzionata rispetto al suo peso demografico. La capitale ha avviato la costruzione di un parco per il trattamento dei rifiuti elettronici a Holambi Kalan, con l’obiettivo di processare fino a 51.000 tonnellate all’anno. Una capacità significativa, ma che da sola basterebbe a coprire meno della metà del flusso attribuibile alla città se si prendono per buone le stime più alte sulla generazione complessiva. E qui si apre un nodo che merita attenzione: quale stima è quella giusta? I 3,8 milioni di tonnellate citati da India Today — che incorporano anche i flussi non registrati — o gli 1,4 milioni del CPCB, che riflettono solo quanto passa attraverso i canali formali? La forbice tra le due cifre — oltre due milioni di tonnellate — è essa stessa una misura del sommerso che sfugge a ogni tracciamento. Non è un dettaglio tecnico: è il cuore del problema.
Il paradosso del riciclaggio: più raccolta, ma inseguimento perso
Negli ultimi tre anni il quadro normativo indiano è stato rivisto più volte per stringere le maglie. Le Battery Waste Management Rules del 2022 sono state modificate in sequenza nel 2023, 2024 e 2025 per rafforzare le disposizioni sulla responsabilità estesa del produttore (EPR). Il principio è semplice: chi immette sul mercato apparecchiature elettroniche o batterie deve farsi carico del loro fine vita, finanziando e organizzando la raccolta e il riciclaggio. In teoria, più prodotti venduti dovrebbero significare più fondi e infrastrutture per il recupero. In pratica, il meccanismo è ancora in rodaggio: i target di raccolta salgono progressivamente, ma l’enforcement è disomogeneo e larga parte del riciclaggio informale — quello dei quartieri specializzati dove i rifiuti vengono smontati a mano, spesso senza protezioni — continua a operare fuori dal perimetro regolatorio.
I numeri raccontano un paradosso che merita di essere osservato da vicino. Nel 2022, a livello globale, solo il 22,3 per cento dei rifiuti elettronici veniva documentato come correttamente raccolto e riciclato. In India, appena due anni dopo, il CPCB certificava un tasso del 61,94 per cento per l’anno fiscale 2023-24, salito al 70,71 per cento nel 2024-25. Si tratta di un balzo notevole, che nessun altro grande produttore di e-waste può rivendicare in un arco di tempo così compresso. Eppure, il volume assoluto di rifiuti non trattati resta nell’ordine delle centinaia di migliaia di tonnellate all’anno. Come è possibile? Perché la base di partenza — la generazione totale — cresce a un ritmo che nessun miglioramento percentuale riesce a compensare. Se ogni anno produci il 10 per cento in più di rifiuti e aumenti la raccolta di 9 punti percentuali, in termini relativi stai correndo, ma in termini assoluti il divario si allarga. È una gara tra un’accelerazione lineare e una esponenziale, e la seconda sta vincendo.
C’è un ulteriore elemento di complessità: la qualità del riciclaggio. Non tutto ciò che viene «raccolto e riciclato» passa attraverso processi industriali con standard ambientali e di recupero dei materiali elevati. Una parte significativa del riciclaggio indiano avviene in unità semi-informali dove il tasso di recupero dei metalli preziosi — oro, argento, palladio, terre rare — è inferiore a quello che si otterrebbe con tecnologie adeguate, e dove i costi in termini di salute pubblica e contaminazione ambientale sono elevati. Il miglioramento dei tassi di raccolta, insomma, è una condizione necessaria ma non sufficiente. Servirebbe anche un salto di qualità nella fase di trattamento. Ed è qui che una variabile esterna, finora poco considerata nel dibattito indiano, sta per cambiare i conti.
Batterie: la scadenza UE che cambia i conti
Nel frattempo, guardiamo all’Europa. Il regolamento (UE) 2023/1542, entrato in vigore lo scorso anno, contiene un passaggio che ha implicazioni dirette per chiunque esporti batterie o materiali riciclati verso il mercato europeo. Dal 18 agosto 2031, secondo quanto stabilito da Bruxelles, le batterie industriali, quelle per l’avviamento e l’illuminazione e le batterie per veicoli elettrici dovranno contenere livelli minimi di contenuto riciclato: 16 per cento per il cobalto, 85 per cento per il piombo, 6 per cento per il litio e 6 per cento per il nichel. Non si tratta di obiettivi volontari o di raccomandazioni: sono requisiti obbligatori per l’immissione sul mercato. Chi produce batterie per l’Europa dovrà dimostrare la provenienza del materiale riciclato, con una tracciabilità che oggi è tutto fuorché scontata.
Per l’India, che ambisce a diventare un hub manifatturiero per le batterie e che già esporta componenti verso l’industria automobilistica europea, questa scadenza è insieme una minaccia e un’opportunità. Una minaccia perché senza un sistema di recupero certificato e tracciabile, l’accesso al mercato europeo si restringe. Un’opportunità perché l’obbligo di contenuto riciclato crea una domanda strutturale di materiali che oggi, in larga parte, finiscono in discarica o in circuiti informali. Il cobalto e il litio contenuti nelle batterie esauste indiane potrebbero diventare una risorsa strategica anziché un problema ambientale, a patto che il paese costruisca in fretta la capacità di estrarli e certificarli secondo standard riconosciuti. Il numero da tenere d’occhio, da qui al 2030, è la quota di mercato delle batterie conformi prodotte in India: se resterà marginale, la regolamentazione europea sarà solo un costo aggiuntivo; se crescerà, potrebbe diventare la leva che mancava per far decollare un’industria del recupero finora troppo frammentata.
Il futuro dell’e-waste indiano non si gioca solo sui numeri della raccolta, ma sulla capacità di trasformare un problema in una catena del valore per le batterie di domani. I miglioramenti degli ultimi due anni fiscali sono reali e misurabili: passare da poco più del 60 al 70 per cento di raccolta in dodici mesi non è un risultato banale. Ma la base di partenza era bassissima, la generazione continua a correre e la fetta sommersa — quei due milioni di tonnellate che separano le stime più prudenti da quelle più realistiche — resta l’ostacolo principale. La scadenza europea del 2031 offre una direzione: chi saprà recuperare litio e cobalto con standard certificati avrà un compratore garantito. Chi non ci riuscirà, resterà con un problema di rifiuti sempre più grande e un mercato che si chiude.




