Il sistema ETS distribuisce quote e compensazioni in modo disomogeneo, penalizzando le imprese italiane rispetto a tedesche e francesi.

Ogni mese, quando arriva la bolletta elettrica, Maria — titolare di una piccola azienda di stampaggio a Varese — si chiede perché paghi così tanto. Non è una domanda retorica: l’Italia ha la quarta bolletta elettrica più alta d’Europa, e il gas, che copre circa il 44% del mix energetico nazionale, c’entra solo in parte. La verità è che dietro quella cifra c’è un meccanismo nato per spingere l’industria verso la decarbonizzazione — il sistema europeo di scambio delle quote di emissione, l’ETS — che negli ultimi mesi si è trasformato in un ring politico dove a pagare sono soprattutto i cittadini e le piccole imprese.

Perché la tua bolletta è così alta

L’idea dell’ETS è semplice: chi inquina compra quote di CO₂, il prezzo sale e conviene investire in tecnologie pulite. Peccato che nella pratica il sistema sia pieno di scorciatoie. Lo scorso anno, secondo i dati dell’EU Transaction Log ripresi in un’analisi pubblicata a maggio da Sandbag, l’industria europea del cemento e della calce ha ricevuto quote gratuite che coprivano 107,3 milioni di tonnellate di CO₂, contro emissioni dichiarate di soli 102,1 milioni. In pratica, quei settori hanno avuto più permessi di quanti gliene servissero. Il segnale di prezzo che dovrebbe spingere a inquinare meno, per loro, semplicemente non esiste.

Intanto, chi quel prezzo lo sente eccome è il consumatore italiano. La forte dipendenza dalle centrali a gas — il 44% del mix — significa che ogni oscillazione del prezzo del carbonio si trasferisce quasi automaticamente sulla bolletta. E quando il sistema regala quote a qualcuno, il peso della transizione grava più pesantemente sugli altri: famiglie, artigiani, piccole fabbriche come quella di Maria.

Quote gratis e sussidi: un sistema a due velocità

Dietro ai numeri della bolletta c’è un meccanismo ancora più opaco: le compensazioni dei costi indiretti, i cosiddetti ICC. In teoria, servono a rimborsare le industrie energivore per l’aumento del prezzo dell’elettricità causato dall’ETS. In pratica, ogni Stato fa da sé, e le distanze sono abissali. Sempre secondo l’analisi di Sandbag sui dati del 2024, l’Italia ha destinato a queste compensazioni appena il 4,7% dei ricavi ottenuti dalla vendita delle quote ETS, pari a 165,5 milioni di euro. La Repubblica Ceca ha fatto ancora peggio, fermandosi al 7,8% (60,4 milioni).

Poi ci sono Germania e Francia. Berlino ha girato alle proprie industrie il 31,6% dei ricavi ETS — 2,4 miliardi di euro — mentre Parigi è arrivata addirittura al 44,1%, con 909 milioni. Non stiamo parlando di differenze marginali: un’impresa tedesca o francese riceve una quota di compensazione sei o dieci volte superiore rispetto a un’impresa italiana o ceca, a parità di esposizione al prezzo del carbonio. Il risultato è un mercato unico europeo dove le regole del gioco cambiano a seconda del confine, e dove la transizione ecologica diventa un lusso che qualcuno può permettersi mentre altri lo subiscono.

Per Maria e per milioni di altri piccoli imprenditori italiani, il messaggio è chiaro: le grandi industrie del Nord Europa vengono protette, le bollette italiane restano tra le più alte del continente, e la competitività di chi sta a Varese o a Ostrava si assottiglia mese dopo mese.

Quando la politica ferma il mercato

Così, davanti a squilibri così evidenti, non stupisce che dieci paesi abbiano scritto alla Commissione europea lo scorso marzo parlando apertamente di «rischio esistenziale per molti settori industriali strategici europei». E non stupisce nemmeno che la politica sia intervenuta per frenare un mercato che stava andando nella direzione sbagliata. Lo scorso febbraio, le critiche dell’industria e l’offensiva del cancelliere tedesco Friedrich Merz per indebolire il sistema hanno fatto crollare il prezzo del carbonio da 81 a 72 euro in una settimana. Poco dopo, i commenti del ministro italiano Adolfo Urso lo hanno spinto ancora più giù, a poco sopra i 70 euro.

Ad aprile, la Commissione ha proposto un emendamento alla riserva di stabilità del mercato che eliminerebbe il meccanismo di invalidazione delle quote in eccesso, di fatto allentando ulteriormente la pressione sulle industrie. Tradotto: invece di correggere le distorsioni, si è scelto di premere il freno sull’intero sistema. Nel frattempo, la Cina va nella direzione opposta, con l’espansione del proprio ETS a cemento, acciaio e alluminio, portando nel mercato altre 1.500 aziende e coprendo circa 3 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente — il 5% delle emissioni globali.

La transizione energetica non è un lusso, ma va gestita con equità. Quando le regole del gioco sono scritte per proteggere i grandi gruppi industriali del Nord Europa e lasciano indietro famiglie e piccole imprese, il cittadino paga due volte: in bolletta e con un clima che cambia. Maria, intanto, continua a guardare la sua bolletta e a farsi la stessa domanda ogni mese.