La definizione di “harm” del 1975, confermata dalla Corte Suprema, era il pilastro che collegava il danno all’habitat alla nozione
Quarantaquattro anni, tre riscritture e due cause: la guerra regolatoria che sta smantellando la protezione dell’habitat
Per oltre quattro decenni, una sola frase ha ancorato la protezione dell’habitat delle specie minacciate negli Stati Uniti. Il Fish and Wildlife Service emise una definizione normativa di “harm” nel 1975, cristallizzando un principio che sarebbe rimasto intatto fino al 2019. Poi, in sei anni, quella definizione è stata riscritta tre volte. L’ultima revisione, finalizzata lo scorso 17 luglio, ha semplicemente rimosso il riferimento alla modifica dell’habitat dal concetto di danno. Non è un aggiornamento tecnico: è il punto d’arrivo, almeno per ora, di un pendolo regolatorio che segue il colore politico dell’amministrazione di turno, e che sta ridisegnando i confini di ciò che significa proteggere una specie.
44 anni di equilibrio, 6 di tempesta
La regola finale del 17 luglio 2026 è l’ultima oscillazione di un ping-pong normativo iniziato con le regole della prima amministrazione Trump tra il 2019 e il 2020, proseguite con le revisioni dell’amministrazione Biden tra il 2022 e il 2024, e ora in gran parte ripristinate dalla seconda amministrazione Trump. La velocità è la vera anomalia. Per quarantaquattro anni, la definizione di “harm” è stata il perno silenzioso dell’Endangered Species Act. La Corte Suprema, nella sentenza Babbitt v. Sweet Home, ne aveva confermato la portata: danneggiare l’habitat equivale a danneggiare la specie. Quel principio ora torna nel limbo interpretativo da cui era emerso mezzo secolo fa.
Senza una definizione esplicita che leghi il danno all’habitat alla nozione di “take”, la rimozione avrà implicazioni sostanziali per le decisioni di autorizzazione, le azioni di enforcement e i futuri contenziosi. Non si tratta di una questione accademica: ogni permesso di costruzione, ogni piano di sviluppo territoriale che interferisce con l’habitat di una specie elencata si muoverà in uno spazio giuridico meno definito. Per chi deve decidere se approvare un progetto, l’assenza di una definizione chiara sposta il rischio legale dall’agenzia al proponente, ma sposta anche l’onere della prova su chi vuole bloccare l’intervento.
L’ironia dell’orso e degli uccelli
La contraddizione è scolpita in un proclama presidenziale di dicembre 2017. Quando l’amministrazione Trump ridusse i confini del Bears Ears National Monument, lo fece citando esplicitamente la protezione offerta dal Migratory Bird Treaty Act e dall’Endangered Species Act. “Il Migratory Bird Treaty Act e l’Endangered Species Act proteggono gli uccelli migratori e le specie minacciate e in pericolo, insieme ai loro habitat”, si leggeva nel proclama che modificava i confini del monumento. L’argomento era lineare: riduciamo l’area protetta, tanto le specie sono già tutelate da altre leggi federali.
A distanza di quasi nove anni, quell’architrave normativo viene smantellato proprio dall’amministrazione che lo aveva brandito come garanzia. Non c’è bisogno di essere cinici per notare il paradosso: la stessa definizione di danno all’habitat che nel 2017 serviva a giustificare la riduzione di un monumento nazionale, oggi viene rimossa perché ritenuta superflua o eccessivamente onerosa. Il risultato pratico è che gli uccelli migratori e le specie minacciate del Bears Ears – quelli per cui si diceva di non preoccuparsi perché c’erano leggi a proteggerli – ora vedono quelle stesse leggi private di uno dei loro strumenti più efficaci.
Esclusioni facili: chi perde e chi va in tribunale
La nuova regola non si limita a cancellare una definizione. Riscrive anche il processo con cui il Fish and Wildlife Service valuta le richieste di esclusione di aree dall’habitat critico designato. Secondo quanto emerge da un avviso di intento a fare causa presentato da Earthjustice il 21 luglio, la modifica rende più facile per gli oppositori dell’habitat critico costringere l’agenzia a escludere aree che la migliore scienza disponibile indica come essenziali per la conservazione delle specie elencate. Il meccanismo è sottile ma potente: il nuovo bilanciamento degli impatti attribuisce un peso maggiore alle obiezioni economiche e locali, riducendo la capacità dell’agenzia federale di resistere alle pressioni di stati e industria.
Le conseguenze sono già sul tavolo dei giudici. Pochi giorni prima della pubblicazione della regola finale, gruppi ambientalisti tra cui Defenders of Wildlife, Center for Biological Diversity, Sierra Club e WildEarth Guardians hanno presentato due cause legali in corti federali contro la revoca della definizione di “harm”. Il tempismo non è casuale: le azioni legali sono state avviate il 14 luglio, tre giorni prima che la regola venisse finalizzata, segno che le bozze circolate avevano già cristallizzato le intenzioni dell’amministrazione e mobilitato il fronte della conservazione.
Quello che si profila è uno scontro su due livelli. Sul piano immediato, i tribunali dovranno stabilire se la rimozione della definizione sia compatibile con il testo e lo spirito dell’Endangered Species Act, anche alla luce del precedente della Corte Suprema in Babbitt v. Sweet Home. Sul piano strategico, la posta in gioco è la capacità stessa dell’agenzia di resistere alle richieste di esclusione. Ogni area esclusa oggi è un habitat che non tornerà disponibile per decenni, in un contesto in cui la frammentazione degli ecosistemi è già una delle principali minacce alla biodiversità. Il numero da tenere d’occhio non è solo quello delle cause legali, ma quante aree verranno proposte per l’esclusione nei prossimi mesi. Sarà quello il vero termometro di quanto il pendolo si sia spostato.




