Consiglio di Stato ripristina il decreto aree idonee 2024, ma Fer X ritarda

72 miliardi di euro. È il conto che l’Unione europea non ha pagato ai produttori di gas, petrolio e carbone tra il 2022 e il 2025, semplicemente perché una parte crescente della sua elettricità è arrivata da pale eoliche e pannelli solari installati dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Il dato arriva da un’analisi di Ember sui risparmi da import fossile e racconta una realtà ormai consolidata: nel 2025 eolico e solare hanno generato 852 TWh nell’Unione — più di carbone, gas e petrolio messi insieme, fermi a 760 TWh. La quota delle due fonti sulla fornitura elettrica europea è passata dal 19% del 2021 al 30% del 2025.

Numeri che dovrebbero far dormire sonni tranquilli a Bruxelles, e invece no. Mentre le rinnovabili riempiono le casse pubbliche evitando esborsi verso fornitori esteri spesso ostili, due fronti politici lavorano nella direzione opposta. Uno è prevedibile, l’altro è tutto italiano.

La minaccia inventata e il Pentagono che (per ora) si rimangia tutto

Donald Trump l’ha ripetuta per mesi, trasformandola in un ritornello della sua campagna: le turbine offshore sono un pericolo per la sicurezza nazionale. L’argomento, che il dibattito sul blocco eolico del Pentagono ha bollato senza giri di parole come «ridicolo», ha portato a un congelamento di fatto di nuovi progetti lungo le coste americane. Un congelamento che ora vacilla: l’amministrazione statunitense sta rivedendo la propria posizione, ma il danno in termini di investimenti spiazzati e cantieri rinviati è già scritto. Il segnale che arriva da Washington non è dissimile da quello che arriva da Roma, anche se prodotto con ingredienti normativi diversi.

Un decreto che torna in vita e un “guscio” che non protegge più nessuno

Il 21 giugno 2024 il governo italiano aveva varato il decreto sulle aree idonee per le rinnovabili, un provvedimento che stabiliva dove e come si potessero installare nuovi impianti. Poi è arrivato il decreto legge 175 del 2025 a cambiare le carte in tavola, sovrascrivendo parte di quell’impianto. Ora il Consiglio di Stato ha ripristinato integralmente il testo del 2024.

Una vittoria per la certezza del diritto? Non proprio. Per Anev, l’associazione nazionale energia del vento, quel decreto originario è ormai un guscio normativo svuotato dai fatti, superato dalle disposizioni successive e con effetti pratici ridotti al lumicino. Morale: un anno e mezzo di contenziosi e stratificazioni per ritrovarsi con una mappa delle aree che non dà risposte a chi deve investire.

E se il passato recente è un garbuglio, il futuro immediato non promette meglio. Il decreto Fer X definitivo — il meccanismo che dovrebbe sostenere la prossima generazione di impianti a fonti rinnovabili — è entrato in vigore il 7 agosto 2026. Siamo quasi a metà settembre e le regole operative, quelle che dicono esattamente come presentare domanda, quali garanzie fornire e con quali tempistiche, non sono ancora state pubblicate. Il testo prevede che vengano definite entro 60 giorni dall’entrata in vigore. Il conto dei giorni è già partito, e il silenzio del MASE e del GSE comincia a pesare sui bilanci previsionali degli operatori.

Chi le regole le ha scritte bene, intanto, raccoglie

La Danimarca non ha perso tempo a discutere di aree idonee o a inseguire decreti fantasma. Ha ridisegnato il meccanismo d’asta per l’eolico offshore offrendo contratti per differenza bidirezionali e ha messo sul piatto due siti: Nordsøen Midt e Hesselø. Il risultato è stato un’asta eolica offshore da 1,8 GW complessivi, con offerte arrivate da più concorrenti: due per Nordsøen Midt e cinque per Hesselø. Vattenfall si è aggiudicata entrambi i lotti, presentando offerte a 67,42 €/MWh per il primo sito e 72,50 €/MWh per il secondo. Prezzi che in Italia, specie al Sud, configurerebbero progetti ampiamente competitivi. Peccato che senza regole chiare non si arrivi nemmeno a presentare un’offerta.

La transizione energetica, quando funziona, è noiosa. Ha a che fare con aste ben disegnate, bandi pubblicati in orario, iter autorizzativi che non cambiano ogni sei mesi. La Danimarca lo ha capito e incassa investimenti. L’Italia si impantana sugli incastri tra un decreto ripristinato e uno nuovo, mentre la retorica trumpiana continua a offrire alibi alle lentezze di chi preferirebbe non decidere. Resta una domanda, che non riguarda solo Palazzo Chigi ma anche le Regioni e gli uffici del GSE: quanto costerà, in termini di mancati investimenti e bollette più alte, questo sovrapporsi di norme vuote e di atti senza seguito? Perché i 72 miliardi risparmiati dall’Europa sono anche il termometro di ciò che l’Italia rischia di lasciare sul tavolo.