L’intesa governo-Alberta lega l’oleodotto a un prezzo minimo del carbonio, con impatti su tutta la filiera energetica.

La tassa che arriva in bolletta

Immaginate di aprire la bolletta del riscaldamento e trovare una nuova voce: “contributo ambientale”. È quello che potrebbe succedere dopo l’intesa tra Mark Carney e Danielle Smith sulla carbon tax, siglata lo scorso maggio. L’accordo prevede un prezzo minimo del carbonio di 130 dollari canadesi per tonnellata di CO2 equivalente, un valore che si trasferirà a cascata su chi produce l’energia che consumiamo ogni giorno. Non è un dettaglio tecnico per addetti ai lavori: quando un’azienda paga di più per emettere, quei costi finiscono nei prezzi di benzina, gas ed elettricità. E il cittadino li ritrova sul tavolo della cucina.

Il meccanismo è semplice quanto spietato. L’accordo Carney-Smith lega il via libera federale a un nuovo oleodotto verso la costa del Pacifico a un impegno più aggressivo sulla decarbonizzazione industriale. In cambio del sostegno all’infrastruttura, il governo impone un prezzo del carbonio che penalizza chi estrae petrolio dalle sabbie bituminose, un processo ad alta intensità di emissioni. Il problema è che quell’onere aggiuntivo non resta confinato nei bilanci delle multinazionali: si distribuisce lungo tutta la filiera fino al consumatore finale. È un classico esempio di come le politiche ambientali abbiano un prezzo immediato, mentre i benefici – ammesso che arrivino – si vedranno in decenni. Ma quanto pesa davvero questa tassa sulle imprese che producono l’energia che consumiamo?

Il paradosso del petrolio canadese

Dietro la bolletta c’è una guerra silenziosa tra produttori di petrolio. E i numeri raccontano di un settore con l’acqua alla gola. Lo scorso giugno, durante il Global Energy Show, Jon McKenzie, amministratore delegato di Cenovus Energy, ha messo in fila i costi normativi accumulati in un decennio: carbon tax industriale, tetto alle emissioni, regolamenti sul metano, ritardi nei permessi, aumento delle royalty. Un elenco che descrive un’industria sentitasi progressivamente accerchiata, e che ora rischia di perdere la partita contro i concorrenti americani.

Negli Stati Uniti, il credito d’imposta 45Q previsto dall’Inflation Reduction Act offre 60 dollari per tonnellata di CO2 per il recupero assistito e 85 dollari per lo stoccaggio salino. Incentivi diretti, in denaro, che riducono il costo netto di chi investe in cattura del carbonio. In Canada, invece, il prezzo minimo di 130 dollari canadesi funziona come una penalità: chi non riduce le emissioni paga, ma chi investe non riceve un sostegno paragonabile. Il risultato è che i crediti di carbonio dell’Alberta oggi vengono scambiati a circa 32 dollari per tonnellata – meno di un quarto del target previsto dall’accordo. Quando l’intesa fu annunciata, i crediti viaggiavano intorno ai 40 dollari. Il mercato, in pratica, sta già scontando l’inefficacia del meccanismo.

In questo scenario si inserisce il progetto Pathways, una rete di cattura e stoccaggio del carbonio dal costo stimato tra i 16,5 e i 30 miliardi di dollari canadesi – la prima fase, da oltre 24 miliardi entro il 2030, secondo quanto comunicato dalla Pathways Alliance. Un’infrastruttura che renderebbe più pulito il petrolio canadese, ma che nessuno sa come finanziare. McKenzie è stato lapidario: l’industria non può permettersi sia l’oleodotto che il progetto di decarbonizzazione. E Adam Waterous, CEO di Strathcona Resources, ha aggiunto un tassello amaro: “Non ci sono prove da nessuna parte che il mercato pagherà un premio per il petrolio decarbonizzato”. Tradotto: spendere miliardi per produrre greggio a basse emissioni potrebbe non portare un dollaro in più di ricavi. Un investimento che nessun azionista approverebbe.

Il paradosso è evidente. L’oleodotto serve a esportare più petrolio, ma la tassa sul carbonio che lo accompagna rende quel petrolio meno competitivo rispetto a quello americano. Se il progetto Pathways non parte – e al momento sembra destinato a restare al palo – la decarbonizzazione promessa resta sulla carta. Viene da chiedersi: se il progetto di decarbonizzazione non parte, a cosa serve l’oleodotto?

Cosa può fare il cittadino (e cosa no)

Di fronte a questo scenario, viene da chiedersi: possiamo influenzare qualcosa o dobbiamo solo subire? La risposta onesta è che il singolo cittadino ha margini di manovra ridotti quando il tavolo da gioco è occupato da governi e multinazionali. Ma qualche elemento concreto per orientarsi c’è. Monitorare l’evoluzione dei costi energetici e capire da dove arrivano i rincari è il primo passo: se la bolletta sale per via di una tassa ambientale, è bene saperlo per valutare le alternative. Sostenere, con le proprie scelte di consumo e di voto, chi investe in tecnologie pulite con piani economicamente sostenibili può fare la differenza sul lungo periodo. Ma senza illusioni: nel breve termine, i prezzi saliranno.

L’unica certezza è che informarsi è il primo passo per non farsi cogliere impreparati. L’accordo sull’oleodotto e la carbon tax non è solo una questione per addetti ai lavori: toccherà il portafoglio di tutti.