Dopo i fallimenti di AppHarvest, Fifth Season e Infarm, il settore cerca un modello sostenibile tra automazione e produzione locale
Immaginate un 2050 in cui il riso è un bene di lusso, le mandorle costano quanto un piccolo elettrodomestico e nel vostro supermercato di quartiere, anziché solo comprare insalata, potete vederla crescere salendo le scale fino al terzo piano. Non è fantascienza: è la traiettoria su cui viaggia l’Australia, e a raccontarla è Marcus Randall, che in un’intervista pubblicata a metà luglio su Vertical Farm Daily ha spiegato come non ci sia «nessuna ragione per cui il supermercato sotto casa non possa essere ampliato in verticale» per produrre ortaggi, venderli al piano terra o addirittura invitare i clienti a raccoglierli da soli. L’immagine è potente. Peccato che, nel frattempo, quasi tutti i pionieri globali del vertical farming siano già falliti.
Il paradosso del 2050: colture di lusso e la promessa verticale
Randall non usa mezze misure quando dipinge il futuro dell’agricoltura australiana. Entro il 2050, tutto ciò che richiede molta acqua — «riso, canna da zucchero, mandorle» — sarà più difficile da acquistare e più costoso quando lo si trova. Nel frattempo, le cosiddette colture C4, come mais e sorgo, che sfruttano una via fotosintetica specializzata e sono efficienti in ambienti caldi, luminosi e asciutti, diventeranno più facili da coltivare sul continente. Si delinea un paradosso: alcune derrate alimentari di base si trasformeranno in prodotti per pochi, mentre altre — quelle adattate alla siccità — diventeranno la nuova normalità.
In questo scenario a due velocità, il vertical farming si presenta come la soluzione che promette di aggirare il clima: ambienti controllati, niente suolo, niente pesticidi, consumi idrici ridotti al minimo. È una visione che ha già trovato un principio di legittimazione anche in ambito accademico: secondo la Bond University, intervistata lo scorso maggio, tutto ciò che arriva dall’estero sta diventando rischioso, mentre «ciò che viene approvvigionato localmente è più sicuro». La Gold Coast, con la sua struttura urbana allungata e i tetti inutilizzati, avrebbe secondo Randall un potenziale unico per sperimentare questa transizione. Ma è qui che la retorica dell’innovazione incontra la realtà dei numeri.
Tre fallimenti che spiegano perché la tecnologia non basta
Basta guardare ai conti per capire che il vertical farming ha già mietuto vittime illustri. La statunitense AppHarvest, quotata in Borsa con ambizioni da gigante, ha chiuso i battenti nel luglio 2023. Pochi mesi dopo, alla fine dello stesso anno, Fifth Season ha presentato istanza di fallimento secondo il Chapter 7. E non è andata meglio a Infarm, che nel corso del 2023 ha spento le luci su Danimarca, Regno Unito, Francia, Paesi Bassi e Germania, uscendo completamente dal mercato europeo. Tre aziende, tre modelli di business, lo stesso epilogo: capitali bruciati, impianti smantellati, dipendenti a casa.
Non si è trattato di incidenti isolati. A leggere uno studio pubblicato su Water Resources Management dai ricercatori della Springer, le attuali pratiche agricole, per quantità e tipologie di colture, non saranno sostenibili nel medio e lungo termine. Il punto non è se cambiare, ma come. Lo stesso studio modellizza la necessità di modificare produzione e uso del suolo per massimizzare il ricavo per megalitro d’acqua, adattandosi alle condizioni future e realizzando un’agricoltura che gli autori definiscono «climate-smart». Il problema è che i fallimenti di AppHarvest, Fifth Season e Infarm raccontano una verità scomoda: la tecnologia da sola non risolve l’equazione economica. Servono scala, efficienza operativa e, forse, un ancoraggio territoriale che nessuna serra high-tech può simulare da remoto.
Colpisce la sequenza temporale: tutti e tre i collassi si sono consumati nel 2023, un anno in cui il vertical farming veniva ancora raccontato come la risposta definitiva alla crisi climatica. Non lo era. E non lo è diventato nemmeno nei tre anni successivi, mentre i costi energetici restavano elevati e la corsa ai finanziamenti si raffreddava. Resta una domanda: esiste un modello alternativo che tenga insieme automazione, sostenibilità e conti in ordine?
La scommessa della Gold Coast: automatizzare tutto, ma restare locali
La risposta potrebbe trovarsi proprio sulla Gold Coast, dove opera Stacked Farm, azienda agritech fondata nel 2016 da Liz e Daniel Tzvetkoff. Qui il vertical farming non è un esperimento: è una linea produttiva che funziona. Le fattorie verticali di Stacked Farm sono completamente automatizzate — robotica, software basati su intelligenza artificiale, sistemi di climatizzazione — e producono erbe aromatiche e verdure a foglia tutto l’anno senza suolo, luce solare né pesticidi. Niente braccia umane tra un semenzaio e una confezione, niente stagionalità. È il tipo di efficienza che i fondatori delle aziende fallite in Europa e negli Stati Uniti avrebbero voluto raggiungere.
Ma la differenza non sta solo nella tecnologia. Sta nel fatto che Stacked Farm opera in un contesto dove la domanda di cibo locale è più di una preferenza da farmer’s market: è una necessità strutturale dettata dalla fragilità delle catene di approvvigionamento globali. La Gold Coast non è Los Angeles né Amsterdam. È una città decentrata, con spazi pubblici sottoutilizzati e una conformazione che, secondo Randall, si presta a essere ridisegnata intorno alla produzione alimentare di prossimità — orti di quartiere, lotti assegnati ai residenti, e perché no, supermercati che si espandono in altezza.
Resta il nodo della scala. Stacked Farm è un’azienda solida ma piccola, in un settore dove i giganti sono caduti uno dopo l’altro. La domanda non è se l’automazione funzioni — su questo i dati dicono di sì — ma se un modello così radicato nel territorio possa essere replicato altrove senza perdere i vantaggi che lo rendono sostenibile. O se invece il vertical farming sia destinato a restare una nicchia locale, preziosa ma insufficiente a reggere l’urto di un 2050 in cui il riso costa come un lusso e le mandorle sono un ricordo.
Il vertical farming non è morto. Ma forse lo è l’idea che la tecnologia, da sola, basti a salvarlo. La Gold Coast potrebbe diventare un laboratorio per un’agricoltura davvero resiliente — a patto che qualcuno trovi il modo di far quadrare i conti prima che il clima faccia il resto.




