La commessa da 11,275 GWh di BYD negli Emirati accelera la discesa dei prezzi dei sistemi di accumulo domestici
In molte case italiane, la discussione è sempre la stessa: con il fotovoltaico già sul tetto, conviene aggiungere una batteria? I tempi di rientro sono ancora lunghi? Si aspetta che i prezzi calino? La domanda è concreta, fatta di bollette, consumi serali e qualche migliaio di euro da mettere sul piatto. Mentre noi soppesiamo incentivi e anni di ammortamento, a metà luglio, nel deserto a est di Abu Dhabi, è partito un progetto che riscriverà le regole del gioco. Il colosso cinese BYD si è aggiudicato un contratto per fornire 11,275 GWh di sistemi di accumulo al progetto Round The Clock, sviluppato dalla società emiratina Masdar. È una commessa di dimensioni così smisurate che, da sola, promette di cambiare i connotati all’intero mercato dello stoccaggio energetico.
Una batteria grande come una città
Per afferrare la scala, bastano pochi numeri. L’impianto Round The Clock abbina un parco fotovoltaico da 5,2 GW – circa dieci volte la potenza di una grande centrale a gas – a un sistema di batterie da 19 GWh. In pratica, i pannelli produrranno di giorno abbastanza energia da riempire un gigantesco serbatoio elettrochimico capace di restituirla anche dopo il tramonto. Per avere un termine di paragone, se prendessimo batterie per auto elettriche da 100 kWh l’una, ne servirebbero 190 mila. Ma qui non si parla di pacchi per veicoli: BYD userà container da sei metri che, stando alle dichiarazioni dell’azienda, riescono a ospitare fino a 10 MWh ciascuno. Significa che per raggiungere la quota BYD – 11,275 GWh, cioè oltre metà dell’intero accumulo – ci vorranno più di 1.100 container allineati sotto il sole cocente.
L’altra metà del sistema da 19 GWh è stata affidata a un altro nome cinese: Sungrow, che ha già firmato per 7,5 GWh di batterie PowerTitan 3.0 e per 2,6 GW di inverter fotovoltaici. Due aziende, entrambe cinesi, si sono spartite una commessa che non ha precedenti. E qui comincia la parte della storia che ci riguarda da vicino.
I nuovi signori dell’energia
Gli attori occidentali – a partire da Tesla, che ambiva a entrare – sono rimasti alla porta. L’intero pacchetto da 19 GWh è stato chiuso da BYD e Sungrow, in un testa a testa che ha escluso qualsiasi concorrente statunitense o europeo. Non è un incidente diplomatico, è il risultato di un divario industriale che si allarga: le stesse economie di scala che hanno fatto di BYD e CATL i padroni delle batterie per auto elettriche si stanno ora riversando sullo stoccaggio massivo di rete.
La tecnologia messa in campo parla da sola. Le celle appartengono alla famiglia Blade Battery che BYD usa sulle automobili, ma sono state spinte a livelli da centrale: capacità di 2.710 Ah per cella e una gestione elettronica semplificata al punto da tagliare, sempre secondo BYD, la complessità del sistema di controllo del 70-80%. Ogni container da sei metri racchiude 10 MWh, con un involucro progettato per sopravvivere alla sabbia, alla polvere e a temperature che vanno dai -30 °C ai 55 °C – condizioni indispensabili nel deserto degli Emirati. È un accumulatore pensato per durare su scala geografica, non per stare in un garage.
La vera novità è che i produttori cinesi non si limitano più a vendere componenti: forniscono sistemi completi, già integrati, che rendono quasi impossibile competere per chi – come Tesla – propone pacchi di accumulo più standard. La partita si gioca sulla capacità produttiva, sulla filiera verticalizzata del litio e sull’esperienza maturata con i veicoli elettrici. Lo stesso schema che abbiamo visto sui pannelli fotovoltaici si sta replicando, accelerato, sulle batterie stazionarie.
Il conto in tasca
E per noi? I 19 GWh di batterie che stanno nascendo nel deserto non alimenteranno le prese di casa nostra, ma il loro effetto si farà sentire eccome. Ogni volta che una commessa di queste dimensioni viene assegnata, le fabbriche cinesi aumentano i volumi: più celle prodotte, processo ottimizzato, costi unitari in picchiata. È successo con i moduli fotovoltaici, sta succedendo con le auto elettriche, e adesso tocca allo stoccaggio. Se fino a ieri un sistema di accumulo domestico da 10 kWh poteva costare tra i 7.000 e i 10.000 euro installato, la sola pressione industriale di commesse come Round The Clock spingerà quei prezzi molto più in basso, prima e più velocemente di quanto farebbe da sola la domanda residenziale.
La domanda, allora, torna quella di partenza: conviene comprare oggi o aspettare? Chi ha un impianto fotovoltaico sa che senza batteria l’autoconsumo si ferma intorno al 30-40 per cento dell’energia prodotta. Con una batteria si può arrivare anche al 70 per cento, riducendo il prelievo dalla rete nelle ore più care. Il problema è che con i prezzi attuali i tempi di rientro, senza sovvenzioni, superano spesso i dieci anni. Ma se la curva dei costi continuerà a scendere – e non c’è motivo di credere il contrario, vista l’accelerazione cinese – già fra diciotto o ventiquattro mesi lo stesso investimento potrebbe recuperarsi nell’arco di una vita utile molto più corta, diciamo sei o sette anni.
C’è però un rovescio: aspettare all’infinito significa anche rinunciare a una quota crescente di risparmio in bolletta. Se state valutando un sistema di accumulo, non conviene forse più rimandare a oltranza. Il trend è ormai chiaro: la scala industriale sta trasformando le batterie in un oggetto di consumo di massa, e i prezzi continueranno a scendere. Ma anche a quattrocento euro al kWh, anziché settecento, accumulare l’energia del proprio tetto sta diventando un affare sensato per un numero molto più ampio di famiglie. Il deserto di Abu Dhabi, insomma, ha già cominciato a portare i conti di casa nostra più vicini al pareggio.




