La Commissione europea propone di cancellare gran parte delle rivalutazioni periodiche, nonostante i ricercatori stimino che 15 milioni l’anno basterebbero
15 milioni di euro. È quanto basterebbe investire ogni anno per smaltire in tre anni l’arretrato nelle domande di riapprovazione delle sostanze attive usate nei pesticidi, accumulato a causa di valutazioni in ritardo. Invece, il pacchetto di semplificazione proposto dalla Commissione europea ha scelto una strada diversa: cancellare in gran parte la rivalutazione periodica obbligatoria. Una decisione che, a conti fatti, costa molto meno di quanto si potrebbe immaginare — e che solleva più di una domanda sul perché Bruxelles preferisca rinunciare ai controlli piuttosto che stanziare una cifra tutto sommato modesta.
Il prezzo di una scelta
Il dato arriva da un’analisi pubblicata lo scorso 19 giugno dall’Università di Friburgo, in Germania. I ricercatori hanno calcolato che il ritardo accumulato nelle procedure di riapprovazione — un collo di bottiglia noto da anni — si potrebbe riassorbire nell’arco di tre esercizi con un investimento annuale di 15 milioni di euro. Una somma che, per il bilancio dell’Unione, equivale a una frazione minima delle risorse già allocate alla sicurezza alimentare. Eppure il pacchetto di semplificazione presentato dalla Commissione a dicembre 2025, ufficialmente per snellire e semplificare la legislazione su alimenti e mangimi in aree specifiche, imbocca la direzione opposta. Secondo il dottor Dimitry Wintermantel, tra gli autori dello studio, il piano «eliminerebbe in gran parte la rivalutazione periodica delle sostanze attive nei pesticidi e lascerebbe irrisolte le debolezze esistenti nella valutazione del rischio pre-immissione sul mercato».
Non solo: il testo prevede anche di allungare fino a tre anni il periodo transitorio durante il quale una sostanza attiva può restare in commercio dopo aver perso l’approvazione — anche quando le motivazioni del ritiro riguardano la salute o l’ambiente, purché i rischi non siano classificati come immediati e gravi. In pratica, una sostanza giudicata non più sicura potrebbe continuare a essere utilizzata per altri tre anni. Perché la Commissione abbia preferito questa strada a un investimento tutto sommato contenuto è una domanda che attraversa l’intero dossier.
Il paradosso della protezione
La risposta sta in una contraddizione che la stessa Commissione non nasconde più. Già a novembre 2025, la bozza trapelata della proposta omnibus su alimenti e mangimi mostrava un indebolimento significativo del sistema di approvazione e autorizzazione delle sostanze attive e dei prodotti fitosanitari introdotto dal regolamento (CE) n. 1107/2009. Poi, il 26 marzo 2026, davanti al Parlamento olandese, il direttore della sicurezza alimentare della Commissione Klaus Berend non ha potuto garantire che la riforma non avrebbe indebolito le tutele esistenti. Un rappresentante della Commissione ha ammesso in quella sede che non c’è alcuna garanzia che la proposta omnibus sui pesticidi non possa minare la protezione della salute umana e dell’ambiente.
Il paradosso è tanto evidente quanto difficile da giustificare: una riforma presentata come strumento di efficienza finisce per ridurre proprio quel sistema di vigilanza periodica che in passato ha protetto cittadini e ambiente da sostanze problematiche. Già nel 2011, con l’introduzione del sistema di valutazione a livello europeo, decine di sostanze attive non hanno superato il rinnovo dell’approvazione o sono state ritirate volontariamente dal mercato per motivi di salute o di impatto ambientale. È stato quel meccanismo a far emergere rischi che altrimenti sarebbero rimasti sotto traccia. Oggi, con meno rivalutazioni periodiche e periodi transitori più lunghi, il filtro si allenta. E viene da chiedersi: chi ci guadagna, allora?
Mercato in letargo
Se la salute e l’ambiente restano in bilico, c’è chi potrebbe trarre vantaggio da questo congelamento normativo. Secondo la ricercatrice Julia Osterman dell’Università di Göteborg, la proposta di semplificazione rischia di ridurre gli incentivi all’innovazione: «se i prodotti più vecchi restano sul mercato più a lungo e non sono più soggetti a rivalutazione periodica, la pressione a sviluppare alternative più sicure e innovative diminuisce». È un meccanismo semplice: meno controlli significano meno urgenza di sostituire ciò che è già in commercio. Le sostanze attive con profili di sicurezza datati continuano a essere utilizzate, mentre gli investimenti in ricerca e sviluppo su molecole nuove e più selettive perdono slancio.
Il mercato fitosanitario europeo, già segnato da un rallentamento nell’introduzione di nuovi principi attivi, potrebbe così entrare in una fase di ulteriore staticità. Le grandi aziende del settore osservano: la direzione che prenderà la normativa determinerà se convenga accelerare sull’innovazione o adagiarsi su un quadro regolatorio meno esigente. I numeri del cambiamento, quando arriveranno, andranno cercati nella quota di nuovi prodotti realmente innovativi presentati per l’approvazione — un indicatore che nei prossimi mesi dirà molto di più di qualsiasi dichiarazione d’intenti.
Nei prossimi mesi, le scelte di gruppi come Bayer e Syngenta offriranno un segnale concreto: investire in alternative più sicure o accomodarsi su un mercato con meno controlli. Per ora, la Commissione ha messo sul tavolo una scommessa: che la semplificazione non faccia rimpiangere le tutele che si è scelto di allentare. Quei 15 milioni di euro l’anno restano lì, a ricordare che un’altra strada era possibile.




