La Banca Mondiale stima perdite pari al 2,5% del Pil in Medio Oriente e Nord Africa, dove le pratiche umane

3.600 miliardi di dollari. È la voragine che ogni anno il mondo paga per le tempeste di sabbia e polvere, secondo la Banca Mondiale: una stima che somma danni a salute, infrastrutture, agricoltura e produttività in un’unica cifra paragonabile al prodotto interno lordo di intere economie avanzate. Nella regione MENA il conto è ancora più pesante: oltre il 2,5% del PIL, in media, perso ogni anno. E la parte più amara è che una quota significativa e crescente di questa polvere non viene dal deserto, ma dall’uomo. Lo ha spiegato Jumaan Alqahtani a metà luglio, intervenendo a un evento congiunto FAO-ICARDA: «Much of our dust is natural and will remain so. However, a significant and growing share is of our own making, and that is the share we have the power to reduce».

Il conto salato della sabbia

Quel 3,6 trilioni non è solo un numero da vertice finanziario. Significa voli cancellati, raccolti persi, spese sanitarie crescenti, catene logistiche spezzate. E il fatto che in Medio Oriente e Nord Africa l’incidenza sul PIL superi stabilmente il 2,5% mostra come la geografia non sia l’unica imputata: sono le pratiche di gestione del territorio – deforestazione, agricoltura insostenibile, prelievo eccessivo d’acqua – a sollevare una percentuale crescente di polvere. Alqahtani lo ha detto senza giri di parole: la quota di nostra competenza è quella su cui abbiamo il potere di agire. E se l’uomo è parte del problema, può esserne la soluzione. Lo dimostra un progetto nato oltre cinquant’anni fa in Algeria.

La lezione della Diga Verde

Il progetto è la diga verde algerina, istituita nel 1971 per proteggere gli ecosistemi e combattere la desertificazione. Non un muro di cemento, ma una barriera vegetale: 1.500 chilometri da est a ovest, 20 chilometri da nord a sud, attraverso 13 province. Un’infrastruttura pensata per fissare il suolo, ripristinare il paesaggio e frenare l’avanzata della sabbia. Oggi il governo algerino ha avviato un progetto di riabilitazione per rilanciare questa muraglia verde, e proprio a metà luglio Mostefa Salamani, consulente del BNEDER, ha raccontato l’esperienza accumulata: non solo piantumazione, ma gestione sostenibile del territorio, pratiche agro-pastorali e ripristino delle falde. Un approccio che Mira Haddad, ricercatrice di ICARDA, ha definito essenziale: rafforzare le partnership, condividere conoscenze e aumentare gli investimenti in soluzioni basate sulla natura, per costruire resilienza contro le tempeste di sabbia in tutta la regione.

La diga verde dimostra che fermare la sabbia è possibile, ma ci vogliono decenni e manutenzione costante. E senza sistemi di allerta precoce, anche la migliore barriera rischia di essere aggirata dalle tempeste più violente. Ecco perché l’attenzione si sta spostando sui satelliti e sui centri di monitoraggio.

Allerta precoce e nuovi investimenti

Nel luglio 2024, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha proclamato il Decennio per la Lotta alle Tempeste di Sabbia e Polvere (2025-2034), con la risoluzione A/RES/78/314. Un anno prima, nel 2023, aveva istituito la Giornata Internazionale. Ma la vera novità è arrivata a dicembre 2024, durante la COP16 della Convenzione ONU contro la desertificazione a Riyadh: l’Arabia Saudita ha impegnato fino a 10 milioni di dollari in cinque anni per potenziare i sistemi di allerta precoce della WMO, l’Organizzazione Meteorologica Mondiale. Il finanziamento servirà a rafforzare i centri regionali dedicati alle tempeste di sabbia, migliorando le previsioni e riducendo i tempi di reazione.

Dieci milioni di dollari possono sembrare pochi, e infatti lo sono se confrontati con i 3.600 miliardi di perdite globali: basterebbe lo 0,0003% di quella cifra, ogni anno, per coprire l’intero programma quinquennale. Ma è un primo mattone. Il Decennio ONU è appena iniziato, e la sfida è replicare esperienze come la diga verde su scala regionale, convogliando investimenti verso la prevenzione. Il rapporto costo-beneficio è netto: ogni dollaro speso per fermare la sabbia può evitarne migliaia in danni. Non una morale, ma un calcolo che grida attenzione.