Il voto del Comitato ITRE elimina le clausole di sospensione e allarga il perimetro a elettrodomestici e veicoli

Zero. È il numero di clausole di sospensione rimaste nel testo dopo il voto del Comitato ITRE del 24 giugno. Nei giorni scorsi, i parlamentari della commissione Industria del Parlamento europeo hanno approvato un’espansione della gamma di prodotti CBAM che non ha precedenti dalla prima proposta del meccanismo. Mentre sparivano gli ammortizzatori — la clausola di sospensione temporanea e il riferimento ai crediti di carbonio internazionali sono stati esclusi dal testo — il perimetro si allargava ad elettrodomestici, attrezzature da cucina, veicoli e beni industriali. Una doppia svolta che ridisegna il costo delle importazioni in Europa.

Zero: il CBAM cancella le vie di fuga

La notizia non sta tanto in ciò che è stato aggiunto, quanto in ciò che è stato tolto. La clausola di sospensione temporanea — pensata per congelare l’applicazione del meccanismo in caso di shock commerciali o impennate dei prezzi — è stata eliminata. Stessa sorte per il riferimento ai crediti di carbonio internazionali, una disposizione che avrebbe permesso agli importatori di compensare parte dell’onere acquistando certificati generati fuori dall’Unione. Con queste due cancellazioni, il CBAM perde ogni rete di sicurezza e diventa un obbligo assoluto: chi importa paga, senza eccezioni e senza sconti.

È un passaggio tecnico ma denso di conseguenze. In fase di prima applicazione — il regime definitivo è in vigore da gennaio 2026, dopo una fase transitoria durata tre anni — avere una valvola di sfogo era considerato essenziale per evitare contraccolpi sulle catene di fornitura. Ora quella valvola non c’è più. E la scelta non è casuale: riflette una volontà politica di blindare il meccanismo e di proteggere l’industria europea dalla concorrenza di produttori che operano in paesi con costi del carbonio più bassi — o del tutto assenti.

Dal cemento al forno a microonde

Ma l’irrigidimento è solo metà della storia. L’altra metà è l’elenco dei prodotti. Quando è entrato in vigore, il CBAM copriva esclusivamente cemento, ferro, acciaio, alluminio, fertilizzanti, elettricità e idrogeno — i settori considerati a maggior rischio di delocalizzazione delle emissioni. Materie prime e semilavorati, insomma: roba che interessa le industrie, non i consumatori. Il voto del 24 giugno cambia radicalmente questa impostazione. Nel perimetro entrano elettrodomestici, attrezzature da cucina, macchinari per l’edilizia, veicoli e una vasta gamma di beni industriali. Tradotto: frigoriferi, forni a microonde, automobili.

L’estensione è clamorosa se paragonata alla genesi del meccanismo. Già nel dicembre 2019, il primo annuncio della Commissione europea sul CBAM lo inseriva tra le misure chiave del Green Deal, ma con un perimetro volutamente ristretto: l’obiettivo era tassare le emissioni incorporate nei materiali di base, non nei prodotti finiti. L’idea era che il segnale di prezzo si trasmettesse a valle lungo la filiera. Adesso il Parlamento fa un passo diverso: colpisce direttamente i beni che arrivano sugli scaffali e nei concessionari.

Per i produttori extra-UE, questo significa un costo aggiuntivo che prima non esisteva. Per gli importatori europei, un onere amministrativo e finanziario che va ben oltre la gestione di acciaio e cemento. E per il consumatore finale, un probabile aumento dei prezzi al dettaglio — anche se la dimensione esatta dipenderà da quanto i fornitori esteri riusciranno ad assorbire il sovrapprezzo senza scaricarlo sul listino.

La corsa al certificato

Resta da capire quanto questo allargamento costerà a chi importa e, alla fine, al consumatore europeo. Il CBAM è progettato per garantire che il prezzo del carbonio delle importazioni sia equivalente a quello della produzione interna dell’Unione: in pratica, chi vende in Europa deve comprare certificati che riflettono il costo delle emissioni generate per produrre quei beni, esattamente come fanno le aziende europee nel sistema ETS. Con la platea dei prodotti che si allarga, il volume di certificati necessari cresce. E con la clausola di sospensione cancellata, non ci sono più scappatoie: il pagamento è dovuto sempre, anche in fasi di mercato tese.

Per le imprese che importano, il calendario è già stretto. Il Comitato ENVI — la commissione Ambiente del Parlamento, che guida il lavoro su questo dossier — adotterà il suo rapporto il 6 luglio, tra una settimana esatta. Potrà recepire o ignorare le raccomandazioni di ITRE, ma il segnale politico è inequivocabile: la direzione è verso un meccanismo più duro e più esteso. Se ENVI confermerà l’impostazione, il testo passerà alla plenaria e poi al trilogo con Consiglio e Commissione. I margini per ammorbidire l’impianto sono ridotti.

Chi importa elettrodomestici o veicoli da paesi extra-UE — Cina, Corea del Sud, Turchia, India — deve già fare i conti con un onere amministrativo nuovo: la rendicontazione delle emissioni incorporate, la registrazione presso le autorità nazionali, l’acquisto dei certificati. Con l’estensione ai beni di consumo, questi obblighi si applicheranno a categorie merceologiche che finora ne erano esentate. Non è solo una questione di costi diretti: è un problema di compliance, di sistemi informativi, di rapporti con i fornitori. E i tempi per adeguarsi sono brevi.

Il 6 luglio, con il rapporto ENVI, il Parlamento potrebbe inserire nuovi prodotti o accelerare le scadenze. Per le imprese, il tempo degli adattamenti è già finito: ora si contano i costi.