Il progetto delle Fiji, finanziato dal Green Climate Fund, punta a ripristinare oltre 80mila ettari di paesaggi forestali in sette

Sei milioni di tonnellate di CO2 equivalente. È la quantità che il nuovo progetto di ripristino forestale delle Fiji promette di rimuovere dall’atmosfera nei prossimi vent’anni. Il prezzo per farlo, stando a l’accordo firmato lo scorso 3 luglio tra il governo delle Fiji e la FAO: 52,5 milioni di dollari, per un costo per tonnellata inferiore a 9 dollari. Un’inezia se paragonato ai prezzi dei crediti di carbonio sul mercato volontario, che per progetti di riforestazione verificati possono oscillare tra i 10 e i 30 dollari a tonnellata, o alle quotazioni ben più alte del sistema europeo ETS. Il dato accende una luce su un angolo del mondo che sta imparando in fretta le regole della finanza climatica: i piccoli stati insulari del Pacifico.

Il costo della CO2: l’affare Fiji

Facciamo due conti. Il progetto, denominato ufficialmente Forest Landscape Restoration for Climate Benefits and Resilience (Fiji FLR) e catalogato come FP306, ha ricevuto un finanziamento complessivo di 52,5 milioni di dollari, di cui 29 milioni arrivano come sovvenzione dal Green Climate Fund e i restanti 23 milioni da cofinanziamenti. L’impegno è rimuovere circa 6 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente nell’arco di due decenni. Il rapporto è elementare: 8,75 dollari a tonnellata. Cifra che include non solo la cattura del carbonio, ma un intero programma di adattamento climatico e ripristino degli ecosistemi. Per dare un termine di paragone, si tratta di un costo sensibilmente inferiore alla media di molti progetti di riforestazione nei mercati emergenti, spesso frenati da costi di certificazione, monitoraggio e governance che lievitano rapidamente.

A rendere possibile questo prezzo è la combinazione tra la finanza agevolata del GCF e un approccio «da crinale a barriera corallina» — il ridge-to-reef approach — che mette insieme il ripristino delle foreste interne, la protezione dei corsi d’acqua e la salvaguardia degli ecosistemi costieri in un unico pacchetto. Non è beneficenza climatica: è una scommessa sulla resilienza. Ma cosa si compra con 52,5 milioni di dollari? Il prezzo basso è solo metà della storia.

Cosa comprano 52 milioni di dollari

Dietro il costo per tonnellata c’è un piano dettagliato che mescola riforestazione, protezione costiera e coinvolgimento diretto delle comunità locali. Il progetto copre il 40 per cento della popolazione delle Fiji, come ha sottolineato Hemant Mandal, direttore regionale del Green Climate Fund per Asia e Pacifico, puntando ad aumentare la resilienza climatica di quasi 197mila persone in modo diretto e di altre 150mila in modo indiretto. Non sono numeri piccoli per un paese di poco più di 900mila abitanti.

Le attività di restauro guidate dalle comunità comprendono la piantumazione di foreste miste su oltre 5.700 ettari, il ripristino di 5.000 ettari di sponde fluviali e corsi d’acqua e il supporto alla rigenerazione naturale su 5.000 ettari di foreste degradate. A questo si aggiunge un accordo con i proprietari terrieri consuetudinari per proteggere altri 12.000 ettari di foresta. In totale, nei sette anni di durata del progetto, si punta a ripristinare più di 80.000 ettari di paesaggi forestali e agricoli e a proteggere oltre 90.000 ettari di ecosistemi costieri. È un intervento che prova a invertire decenni di degrado: uso insostenibile del suolo, disboscamento e pulizia delle mangrovie hanno causato erosione, degrado forestale e inondazioni sempre più frequenti. Il nesso tra degrado ambientale e vulnerabilità economica è evidente, e il progetto lo affronta sul piano operativo, non solo su quello delle emissioni.

L’iter del progetto racconta anche la pazienza necessaria in questo tipo di finanza. La nota concettuale per l’FP306 era stata ricevuta il 3 febbraio 2022. Ci sono voluti oltre quattro anni perché il consiglio del GCF approvasse il finanziamento, cosa avvenuta il 2 luglio 2026. Tempi lunghi, che rappresentano uno dei colli di bottiglia noti del Fondo Verde per il Clima, ma anche un segnale: quando un progetto supera questo ostacolo, porta con sé una validazione tecnica robusta. Le Fiji non sono sole in questa strategia. Un’altra isola del Pacifico ha appena acceso i motori.

La corsa verde del Pacifico

Mentre le Fiji piantano, la Papua Nuova Guinea ha lanciato un’iniziativa ancora più corposa: 63,4 milioni di dollari per proteggere le foreste e sostenere i mezzi di sussistenza delle comunità. Finanziato anch’esso dal Green Climate Fund, il progetto riconosce la riduzione verificata di 17 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente già ottenuta tra il 2014 e il 2016. Si tratta di un pagamento basato sui risultati, che premia le performance pregresse di conservazione forestale e le trasforma in un flusso finanziario per il futuro.

Due progetti, due logiche diverse: le Fiji costruiscono capacità di assorbimento futura, la Papua Nuova Guinea monetizza risultati già certificati. Ma condividono un tratto comune: entrambi ridisegnano il ruolo dei piccoli stati insulari nel mercato globale del carbonio, trasformandoli da meri beneficiari di aiuti climatici a fornitori di crediti a basso costo e ad alto impatto sociale. Il Pacifico si candida a diventare un laboratorio di finanza climatica, dove il restauro forestale può essere un investimento conveniente — meno di 9 dollari a tonnellata nel caso delle Fiji — e dove i volumi dei crediti generati potrebbero attrarre attori del mercato volontario alla ricerca di progetti verificati e con forti co-benefici. Per i prossimi mesi, il numero da tenere d’occhio è quanti di questi progetti si trasformeranno in contratti effettivi sul mercato. Il capitale paziente del GCF ha acceso il motore; ora tocca al mercato decidere se accelerare.