Il fiume scorre al 59% della portata necessaria per contrastare l’avanzata del cuneo salino

Non è una cifra da record, e questo è il problema. A Pontelagoscuro, la stazione di misura che chiude il lungo racconto del Po prima del Delta, la portata è scesa a 264 metri cubi al secondo. La soglia minima vitale per arginare la risalita del cuneo salino è di 450 m³/s. L’acqua di mare, ormai, è già penetrata per oltre 25 chilometri dalla foce. Il dato, reso noto lo scorso 10 luglio da un’analisi di Legambiente sulla crisi idrica del fiume, racconta di un sistema che non sta semplicemente attraversando un periodo secco, ma che sta pagando le conseguenze di una gestione strutturale dell’acqua ormai fuori scala.

Un fiume al 59%

La cifra esatta è un calcolo che aiuta a mettere a fuoco la dimensione dell’emergenza. Duecentosessantaquattro rispetto a quattrocentocinquanta significa che il Po sta scorrendo al 59% della portata necessaria a tenere il mare fuori dalla porta. Ma scavando sotto la superficie del dato puntuale, il quadro diventa ancora più chiaro.

Secondo i dati ripresi dallo studio, lo scorso giugno le portate del fiume hanno mostrato anomalie superiori al 60% in meno rispetto ai valori medi climatici (il trentennio di riferimento è il 1991-2020) per tutte le stazioni di monitoraggio del bacino. Non si tratta di un calo momentaneo legato a una settimana di caldo intenso, ma di una tendenza che si è aggravata per tutto il mese. Con un fiume così in deficit, la dinamica del cuneo salino diventa una questione quasi geometrica: meno acqua dolce spinge verso est, più lo spazio per l’acqua salata che risale dal mare Adriatico si allarga. Superare i 25 chilometri terraferma non è un dettaglio tecnico, è un’infezione chimica per terreni, falde e colture.

Già nel 2022 l’Autorità di Bacino Distrettuale del Fiume Po aveva parlato della crisi idrica in corso come della più grave degli ultimi 70 anni. A quattro anni di distanza, quell’allarme non solo non è rientrato, ma si è incistato nella normalità del bacino.

La sete di un sistema agricolo drogato d’acqua

Dietro i numeri di Pontelagoscuro c’è una storia di prelievi fuori scala e un territorio che dal 2022 non si è mai veramente ripreso. Nel bacino del Po, ogni anno, vengono prelevati oltre 20 miliardi di metri cubi d’acqua, tra fonti superficiali e sotterranee. Di questi, secondo i dati forniti da Legambiente, quasi il 75% finisce per uso irriguo. Stime analoghe, che circolano già da tempo nella comunità scientifica, alzano la percentuale dei prelievi agricoli fino a circa l’80% del totale dell’acqua consumata nel bacino.

Numeri che raccontano una dipendenza quasi assoluta, un territorio agricolo modellato sulla disponibilità di una risorsa che però, alle condizioni attuali, non esiste più con la stessa abbondanza. L’equazione è tanto semplice quanto scomoda: quando la portata crolla, la competizione tra gli usi si accende. E a rimetterci, di solito, è ciò che resta dell’equilibrio ambientale del fiume. Il delta, l’ultimo tratto, è il primo a pagare. La siccità meteorologica degli ultimi anni ha fatto la sua parte, ma parlare solo di clima sarebbe riduttivo. È come analizzare il fallimento di un’azienda guardando soltanto l’ultimo trimestre di vendite, ignorando decenni di costi fuori controllo.

Granchi blu, sabbia salata e infrazioni Ue

Il prezzo della mala gestione si paga in vongole morte, campi sterili e una procedura d’infrazione che non ammette più scuse. Quando l’acqua dolce si ritira, il mare avanza. E non solo lungo i 25 chilometri risaliti di recente. Già alla fine di giugno di quest’anno, l’acqua salata si era spinta fino a 18 chilometri nell’entroterra attraverso il Delta, una zona dove l’agricoltura e l’acquacoltura si intrecciano in modo decisivo per l’economia locale. In quell’habitat alterato, prosperano specie che un tempo erano solo di passaggio. Dal 2023, i granchi blu hanno iniziato a devastare la raccolta di vongole nel Delta, trovando in un ambiente sempre più salmastro la tana ideale per moltiplicarsi.

Mentre il fiume arretra e gli ecosistemi collassano, da Bruxelles la pressione politica e regolatoria non accenna a diminuire. Basti ricordare che sull’Italia, da gennaio 2026, pende la procedura d’infrazione (la 2027/2025) per non aver correttamente recepito la Direttiva quadro sulle Acque. Una sveglia suonata in pieno inverno, quando i numeri estivi del Po sembravano lontani, che oggi risuona come un conto inevitabile da saldare.

Se le portate non torneranno stabilmente sopra la soglia dei 450 m³/s, il cuneo salino continuerà a salire. E sarà esattamente in quel momento, con la superficie coltivabile che si restringe, che il 75% dei prelievi irrigui rischierà di diventare una gara al ribasso in cui il bene più scarso è già stato dato per scontato troppo a lungo.