La revisione del decreto FER2 punta a sbloccare 4,6 GW di eolico offshore entro il 2028
Quando apri la bolletta e vedi l’ennesimo aumento della componente energia, probabilmente non pensi al vento che soffia al largo della Sicilia. Eppure è proprio da lì che potrebbe arrivare una boccata d’aria fresca per il tuo portafoglio. Lo scorso 3 luglio, durante il 4° summit sull’Eolico Off-shore promosso dall’Anev, tenuto a Roma presso la facoltà di Ingegneria della Sapienza, la Direzione Generale Mercato Infrastrutture ed Energia del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha annunciato l’avvio di un percorso di revisione del decreto FER2 per l’eolico off-shore. In altre parole: si passa dalle parole ai fatti. Dopo anni di discussioni, il ministero guidato da Pichetto Fratin ha deciso che è il momento di rimettere mano alle regole per accelerare davvero la costruzione di pale eoliche in mare. Ma cosa prevede esattamente questa revisione?
Dietro le quinte del decreto FER2: numeri e prospettive
Per capire la portata di questo annuncio bisogna fare un passo indietro. Il decreto FER2, già approvato dall’Unione Europea, punta a sostenere la costruzione di 4,6 GW di nuova capacità di energia rinnovabile entro la fine del 2028. Il finanziamento massimo stanziato è di 35,3 miliardi di euro, una cifra che dà la misura dell’ambizione del progetto. Per darti un termine di paragone, 4,6 GW equivalgono all’incirca alla potenza di quattro centrali nucleari di media taglia, ma generate dal vento che soffia al largo delle nostre coste, senza combustibile da importare e senza emissioni.
Già il 18 luglio 2025, durante il 3° summit nazionale organizzato dall’ANEV presso la sede del GSE a Roma, il titolo diceva tutto: «Mai partiti, ma pronti a ripartire: il tempo dell’eolico off-shore in Italia è ora». Un titolo onesto, quasi brutale: l’Italia ha un potenziale enorme, ma finora lo ha lasciato dormire. Oggi, con la revisione del decreto annunciata lo scorso 3 luglio, quel tempo sembra arrivato davvero. Il tema scelto per l’edizione 2026 del summit — «Dalla pianificazione all’autorizzazione: percorsi per accelerare lo sviluppo dell’eolico offshore e il suo contributo alla decarbonizzazione del sistema elettrico italiano» — indica che il problema non è più il «se», ma il «come» e il «quanto velocemente».
Al summit della Sapienza, il team di ricerca coordinato dal professor Davide Astiaso Garcia ha presentato dati che tolgono ogni dubbio residuo: gli impatti economici, occupazionali e sociali legati allo sviluppo dell’eolico off-shore galleggiante in Italia sono considerevoli. E non si tratta solo di numeri astratti. Il professor Alessio Castorrini ha spiegato che l’Italia, grazie alla combinazione unica di saperi ingegneristici, esperienza navale e know-how industriale, esprime un vantaggio sistemico attivabile con la nascita di un settore eolico marino galleggiante. In pratica: non dobbiamo comprare tutto dall’estero. Abbiamo già in casa molte delle competenze che servono. Se i numeri sono promettenti, resta da vedere come si tradurranno in pratica per i cittadini e le imprese.
Dalla carta alla bolletta: cosa cambia per te
Ma a te, che non sei un addetto ai lavori, cosa importa di questa revisione? Molto più di quanto pensi. L’eolico offshore è considerato uno degli strumenti chiave per il raggiungimento degli obiettivi nazionali ed europei di decarbonizzazione e sicurezza energetica. Tradotto dal linguaggio dei policy maker: più pale eoliche in mare significano meno gas da importare, meno oscillazioni del prezzo dell’energia quando la geopolitica si scalda, e bollette più prevedibili nel medio periodo. Lo sviluppo dell’eolico offshore, infatti, contribuisce alla diversificazione delle fonti energetiche, alla riduzione della dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili e a una maggiore resilienza del sistema elettrico nazionale. Ogni turbina installata al largo della Puglia o della Sicilia è un pezzo di indipendenza energetica che si traduce, sul lungo periodo, in costi più stabili per famiglie e imprese.
Poi c’è il capitolo lavoro. Secondo Saverio Ventrelli, responsabile del gruppo di lavoro di Norwegian Offshore Wind per l’Italia, i promotori italiani prenderanno presto decisioni di investimento sugli asset eolici offshore, creando opportunità concrete per la filiera norvegese e, di riflesso, per quella italiana. Non si tratta solo di costruire le pale: c’è bisogno di acciaio, di cavi sottomarini, di sistemi di ancoraggio, di navi specializzate per l’installazione e la manutenzione. È una catena industriale che può attivare decine di migliaia di posti di lavoro qualificati, molti dei quali in regioni del Sud che di opportunità ne hanno un disperato bisogno. Il summit del 3 luglio ha allargato il confronto alle esperienze più avanzate a livello europeo, con l’obiettivo di individuare modelli e soluzioni in grado di rendere i processi decisionali più efficaci, prevedibili e coerenti con gli obiettivi della transizione energetica. Perché il vero rischio, oggi, non è fare: è fare tardi.
La prossima bolletta potrebbe già riflettere una nuova fase: quella in cui il vento diventa un alleato quotidiano. Non nell’immediato, certo — i tempi delle infrastrutture energetiche si misurano in anni, non in mesi. Ma il segnale politico è chiaro e il percorso di revisione del decreto FER2 è il primo passo concreto dopo anni di attese. Il vento offshore non è più solo una promessa: con il nuovo decreto, diventa un alleato concreto per la tua indipendenza energetica. I prossimi mesi diranno se questa volta faremo sul serio.




