Il Fondo per l’Innovazione ha erogato solo il 2,7% dei 12,3 miliardi disponibili
Dei 43 miliardi di euro che il sistema ETS ha generato lo scorso anno, solo il 5% finanzia la decarbonizzazione industriale. Detto altrimenti: per ogni 100 euro versati dalle industrie per il diritto di emettere CO₂, appena 5 tornano in progetti pensati per eliminare quelle stesse emissioni. È un paradosso che pesa, in proporzioni quasi perfette, 95 a 5.
La cifra complessiva — 43 miliardi — non è un dettaglio tecnico: è il più grande mercato del carbonio al mondo che macina liquidità, con circa 24 miliardi andati direttamente ai bilanci degli Stati membri. Il resto si distribuisce tra il Fondo per l’Innovazione e altri strumenti comunitari. Il problema non è quanti soldi arrivano, ma cosa ci fanno una volta incassati.
Il paradosso dei 43 miliardi
Il Fondo per l’Innovazione, nato proprio per finanziare tecnologie pulite su scala industriale, è l’emblema di questa sconnessione. A giugno 2025 aveva in cassa 12,3 miliardi di euro disponibili. Ne aveva erogati, a quella data, 331,8 milioni. Il 2,7%. Non un problema di domanda: le aste per i progetti ci sono, le imprese partecipano. Ma tra la selezione, la due diligence e i tempi della burocrazia, i soldi restano fermi mentre le fabbriche continuano a bruciare gas.
Dove finiscono gli altri 41 miliardi? In gran parte si perdono nei meccanismi di compensazione dei bilanci nazionali. Ogni Stato membro decide come spendere la propria quota di entrate ETS, e non esiste un vincolo stringente che li obblighi a destinarli alla trasformazione dei processi industriali. Il risultato è che la leva finanziaria più potente d’Europa per la decarbonizzazione funziona, al momento, come un prelievo che redistribuisce risorse senza cambiarne la destinazione d’uso.
E intanto l’industria europea resta inchiodata a una dipendenza fossile che i numeri rendono sempre più difficile da giustificare. L’elettricità copre appena il 4% del calore utilizzato dall’industria nei suoi processi produttivi. Forni, caldaie, reattori chimici: quasi tutto viene alimentato bruciando qualcosa.
Quanto costa non elettrificare
Il conto dell’inerzia non è teorico: è già stato pagato. All’inizio del 2025, l’Europa si è trovata a gestire l’escalation militare con l’Iran. Secondo i dati citati dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, nei primi 44 giorni di quel conflitto l’UE ha speso 22 miliardi di euro in più per le importazioni di combustibili fossili. Ventidue miliardi in 44 giorni. È una cifra che rende concreta la vulnerabilità strutturale di un continente che dipende da fornitori esterni per l’energia che muove le sue fabbriche.
La Commissione europea ha messo nero su bianco, lo scorso 17 luglio, la posta in gioco. L’obiettivo è raddoppiare l’elettrificazione portandola dall’attuale 23% al 46% del consumo energetico entro il 2040. Se l’obiettivo venisse raggiunto, il risparmio sulle importazioni fossili sarebbe di 260 miliardi di euro all’anno. Ogni anno. Non è una stima da think tank: è il calcolo contenuto nel piano per fare dell’Europa il primo «elettro-continente».
Il divario tra quello che si spende per restare agganciati ai fossili e quello che si investe per uscirne è il cuore del problema. Da un lato, 22 miliardi volatilizzati in sei settimane per una crisi geopolitica. Dall’altro, 331 milioni erogati in anni dal fondo che dovrebbe finanziare l’alternativa. Il rapporto è di 66 a 1.
Non è solo una questione di sicurezza energetica, ma di competitività. Un’industria che paga l’elettricità per alimentare forni e caldaie elettriche è un’industria che non dipende dal prezzo del gas naturale liquefatto sul mercato spot globale. E il 4% di penetrazione elettrica nel calore industriale dice che siamo ancora alla preistoria di questa trasformazione.
La battaglia sull’ambizione
È il classico braccio di ferro tra chi spinge per accelerare e chi frena per proteggere settori esposti alla concorrenza internazionale. Ma il punto non è se l’industria europea debba o meno decarbonizzarsi: il punto è con quali soldi, e con quale rapidità, si costruisce l’infrastruttura che la rende possibile. Trasformare l’ETS da macchina che genera entrate per gli Stati a motore che finanzia l’elettrificazione non è una modifica tecnica: è un cambio di filosofia che tocca interessi consolidati.
Il vero test sarà quanti dei 43 miliardi di euro finiranno davvero in progetti di elettrificazione nel 2026. Per ora, il contatore è fermo al 5%. E ogni giorno che passa senza muoverlo, il termometro dei mercati del gas continua a segnare la febbre di un sistema che sa di dover cambiare ma non ha ancora deciso chi paga il conto.




