Il parco marino più esteso d’Europa festeggia trent’anni tra record di calore e sfide climatiche

21,35°C. È la seconda temperatura superficiale più alta mai registrata nel Mediterraneo, raggiunta nel 2025 secondo i dati Copernicus. Un numero che arriva proprio mentre il Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano — il più esteso parco marino d’Europa al momento della sua istituzione — compie trent’anni. Lo scorso 7 luglio, Portoferraio ha ospitato le celebrazioni per i trent’anni dalla nascita dell’area protetta. La coincidenza non è un esercizio retorico: la protezione di questo angolo di Mediterraneo si misura oggi su un fronte radicalmente diverso da quello del 1996.

Dalla paura al bollino verde

Ma l’amore per questo parco non è sempre stato scontato. Quando, già nel luglio 1989 fu redatta la prima bozza di perimetrazione, e poi con l’istituzione ufficiale del 22 luglio 1996, la reazione di buona parte della popolazione locale fu tutt’altro che accogliente. Giuseppe Tanelli, primo presidente del Parco, lo ha ricordato con una formula rimasta celebre: «il Parco è stato ed è un incubo per molti, un sogno per altri». I vincoli di un’area protetta venivano percepiti come un freno allo sviluppo, un’intrusione calata dall’alto su un territorio che per generazioni aveva fatto del mare la propria risorsa.

Tre decenni dopo, la percezione è cambiata. Sotto la presidenza di Giampiero Sammuri, il Parco ha ottenuto nel 2021 l’inserimento nella Green List dell’IUCN, lo standard internazionale che certifica le aree protette meglio gestite al mondo. Un traguardo condiviso, in Italia, solo da altri due parchi nazionali: Foreste Casentinesi e Gran Paradiso. Non si tratta di un riconoscimento simbolico: la Green List valuta governance, pianificazione e risultati di conservazione con criteri stringenti, aggiornati ogni cinque anni. Per l’Arcipelago Toscano, entrare in quella lista ha significato passare dalla contestazione locale alla validazione internazionale, chiudendo un percorso lungo un quarto di secolo.

Ora però la minaccia non arriva più dai vincoli, ma dal clima che cambia.

L’alleanza che manca

Nell’ultimo decennio, le ondate di calore marine nel Mediterraneo sono passate da eventi occasionali a episodi annuali ricorrenti che interessano l’intero bacino, secondo i dati Copernicus. Il dato del 2025 — 21,35°C di media superficiale — non è un’anomalia statistica: è il secondo anno più caldo mai registrato, in una serie storica che vede i primati concentrarsi proprio negli ultimi dieci anni. Per un parco marino che si estende tra le isole dell’arcipelago, la frequenza di queste ondate di calore è una variabile che incide direttamente sulla biodiversità protetta, senza distinzioni tra zona A e zona B.

Il presidente attuale del Parco, Matteo Arcenni, già nel 2024 aveva indicato la direzione: «la protezione rigorosa degli ecosistemi e lo sviluppo socio-economico delle nostre isole non sono due concetti in contrapposizione, ma leve indispensabili che devono viaggiare di pari passo». È un’impostazione che legge il trentesimo anniversario non come un punto d’arrivo, ma come la base per un patto diverso tra uomo e ambiente. Se le ondate di calore sono la nuova normalità — e i dati dicono che lo sono — il futuro del Parco si gioca sulla capacità di adattamento, non solo sulla protezione dei confini.

Il numero da tenere d’occhio non è la temperatura record del 2025, ma la frequenza delle ondate di calore. Perché la protezione del parco si gioca sulla continuità, non sulle emergenze.