L’Institute for Energy Economics and Financial Analysis ha quantificato i costi per i contribuenti americani
Hai mai sentito parlare di cattura e stoccaggio della CO₂ in mare come della soluzione che salverà l’industria pesante? L’idea è semplice: prendere l’anidride carbonica prima che finisca nell’atmosfera, iniettarla in formazioni rocciose sotto il fondale marino e dimenticarsene. Ma quando guardi i numeri e i documenti, il fascino svanisce. E la domanda diventa un’altra: stiamo pagando per un esperimento dai rischi catastrofici? Nei giorni scorsi, l’analisi dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (Ieefa) ha messo nero su bianco i punti deboli di questa tecnologia, a cominciare da un dato che dovrebbe far riflettere chiunque paghi le tasse.
Dove finisce la CO₂ (e perché dovrebbe preoccuparci)
La promessa corre veloce. Solo nell’ottobre 2024, ExxonMobil si è aggiudicata il più grande contratto di locazione offshore per lo stoccaggio di CO₂ negli Stati Uniti, un appezzamento di oltre 271.000 acri nel Golfo del Messico. E non è la sola: Chevron e Repsol, insieme ad altri colossi, stanno accaparrandosi centinaia di migliaia di acri nelle acque di Texas e Louisiana per trasformarli in potenziali siti di iniezione di rifiuti di carbonio, secondo quanto documentato da Oil and Gas Watch. L’obiettivo dichiarato è confinare la CO₂ in formazioni geologiche sottomarine, ma le incognite sono enormi. Secondo gli analisti Ieefa, mancano completamente dati empirici a lungo termine su scala commerciale: un vuoto di conoscenza che rende qualunque proiezione poco più di una scommessa. In più, il confinamento offshore introduce rischi di perdite catastrofiche e complicazioni nel monitoraggio che a terra non si sono mai viste. Il quadro normativo, poi, è ancora embrionale e incerto, con leggi e protocolli di sicurezza ben lontani dall’essere definiti. Insomma, prima ancora di chiedersi se funzioni, viene da chiedersi: chi paga per tutto questo, e con quali certezze scientifiche?
Il conto da 133 miliardi che finisce sulle nostre spalle
Il fascino della tecnologia si scontra con la realtà dei numeri, e sono cifre che pesano sui bilanci pubblici. Secondo le stime Ieefa, per raggiungere la capacità di stoccaggio offshore proposta negli Stati Uniti servirebbero circa 133 miliardi di dollari di sostegno federale cumulativo entro il 2050. Se poi l’industria dovesse ottenere l’estensione del credito d’imposta 45Q a 30 anni, il conto per i contribuenti potrebbe salire a circa 227 miliardi di dollari entro la stessa data. Numeri che fanno il paio con i grandi investimenti annunciati altrove: il consorzio Northern Lights, formato da Equinor, Shell e TotalEnergies, investirà circa 714 milioni di dollari per espandere la capacità di stoccaggio offshore a oltre 5 milioni di tonnellate metriche all’anno entro il 2028; e il cluster Viking CCS di BP dovrebbe generare investimenti privati per circa 13 miliardi di sterline (16,8 miliardi di dollari).
Il perno di questo meccanismo è proprio il credito d’imposta 45Q, definito da Anika Juhn, analista Ieefa, come “un regalo alle aziende per progetti che altrimenti non sarebbero redditizi”. In altre parole, lo Stato si accolla il costo di tecnologie che il mercato, da solo, non sosterrebbe. La stessa analista ha spiegato che il 45Q è ciò che “realmente sostiene questo sviluppo”. E questo avviene mentre mancano le certezze più elementari: non solo sul lungo termine, ma anche sulla tenuta dei bacini geologici in mare aperto. L’estrema volatilità del quadro legale e normativo, ancora in fase di definizione sia negli Stati Uniti che in molte altre giurisdizioni, aggiunge un ulteriore strato di incertezza. Se qualcosa dovesse andare storto, la responsabilità e i costi di una perdita catastrofica ricadrebbero quasi certamente sulla collettività.
Cosa puoi fare (davvero) per una transizione pulita
Non serve essere un economista o un geologo per capire cosa significa tutto questo: quando il governo regala miliardi di dollari alle aziende per progetti incerti, il conto arriva direttamente a chi paga le tasse. Sono risorse pubbliche che, secondo gli analisti Ieefa, vengono dirottate su una tecnologia priva di dati empirici affidabili, mentre alternative più mature e meno rischiose — come l’efficienza energetica, le rinnovabili e l’elettrificazione dei consumi — potrebbero offrire riduzioni di emissioni più rapide e misurabili. Non è una questione ideologica, ma di costi e benefici: 133 miliardi di dollari, e forse 227, per un esperimento senza rete di sicurezza.
Il primo passo che un cittadino può compiere è informarsi, chiedere trasparenza sui progetti di carbon capture che vengono presentati come soluzioni miracolose, e ricordarsi che i soldi spesi in scommesse costose non torneranno indietro. Pretendere che i decisori politici sostengano soluzioni che funzionano davvero, e che i propri soldi vengano usati con criterio, non è ingenuità: è difendere il proprio portafoglio e il proprio futuro. La prossima volta che sentirai parlare di “cattura e stoccaggio del carbonio” come di una bacchetta magica, saprai che dietro alle promesse ci sono numeri da capogiro, rischi nascosti e un conto già pronto sul tuo tavolo.




