I crostacei trasformano gli scarti di piselli in omega-3 per i mangimi

Mentre scegli il filetto al banco del supermercato, è difficile immaginare che dietro quel colore rosato ci sia una filiera affamata di mare. Perché il salmone d’allevamento — ormai la stragrande maggioranza di quello che troviamo in vendita — ha bisogno di omega-3 per crescere, e quegli omega-3 arrivano in gran parte da altri pesci: ogni anno si pescano 20 milioni di tonnellate di pesce selvatico per produrre olio di pesce, una materia prima la cui disponibilità è ferma da trent’anni a circa un milione di tonnellate annue. La domanda mondiale di salmone continua a crescere, ma gli oceani non possono seguire lo stesso ritmo. Nei giorni scorsi, i ricercatori dell’Università di Aveiro, in Portogallo, hanno pubblicato uno studio che indica una possibile via d’uscita: usare piccoli crostacei marini nutriti con scarti di piselli per produrre omega-3 destinati ai mangimi, senza dover tirare su altre retate.

Il paradosso del salmone: nutriente ma affamato di mare

Il salmone d’allevamento ha un problema di conti che non tornano. Da un lato lo compriamo perché fa bene: contiene acidi grassi omega-3 a catena lunga, EPA e DHA, che il nostro organismo non produce da solo. Dall’altro, per fornirgli quegli stessi acidi grassi serve pesce pescato — aringhe, acciughe, sardine trasformate in farina e olio. Già nel 2017, secondo i dati della NOAA, la percentuale di farina di pesce nelle diete dei salmoni era scesa dal 70% degli anni Ottanta al 25%, sostituita in parte da proteine vegetali. Ma il nodo degli omega-3 resta: nessuna fonte alternativa è riuscita finora a colmare da sola il divario tra domanda crescente e offerta stagnante di olio di pesce. L’olio di alghe, per esempio, ha fatto passi avanti notevoli — una tonnellata di olio di alghe Veramaris fornisce la stessa quantità di EPA e DHA di 66 tonnellate di pesce foraggio — ma la capacità produttiva non basta ancora a soddisfare l’intero settore. Il problema è strutturale: servono materie prime che non dipendano dal mare.

Crostacei da scarto: la ricetta dell’Università di Aveiro

La risposta potrebbe arrivare da un laboratorio portoghese. I ricercatori del Centro de Estudos do Ambiente e do Mar (CESAM-ECOMARE) dell’Università di Aveiro hanno lavorato con il Gammarus locusta, un piccolo anfipode marino lungo pochi centimetri, comune nelle acque costiere europee. L’idea è semplice nella logica, complessa nell’esecuzione: allevare questi crostacei somministrando loro sottoprodotti della lavorazione dei piselli — bucce, frammenti, scarti che oggi finiscono per lo più in biogas o mangimi a basso valore — e verificare se riescano a convertirli in acidi grassi omega-3 utili per l’acquacoltura. I risultati, pubblicati il 14 luglio, dicono di sì. Le diete a base di piselli hanno sostenuto una riproduzione stabile e affidabile per più generazioni, con prestazioni riproduttive paragonabili al gruppo di controllo alimentato in modo tradizionale.

Il dato più interessante riguarda il DHA, l’acido grasso più prezioso per la salute umana e per lo sviluppo dei pesci d’allevamento. I livelli di DHA negli anfipodi sono rimasti notevolmente stabili attraverso le generazioni successive, mentre l’EPA ha mostrato oscillazioni più marcate. Questo suggerisce, scrivono i ricercatori, che il metabolismo del DHA sia soggetto a una regolazione più rigorosa da parte dell’organismo: il crostaceo tende a preservarlo anche quando la dieta cambia. Non è un dettaglio da laboratorio. Significa che, se allevati su larga scala con scarti vegetali, questi animali potrebbero fornire un profilo di acidi grassi abbastanza costante, una caratteristica essenziale per chi formula mangimi industriali. C’è poi un aspetto che riguarda la resilienza: lo studio mostra che la nutrizione dei genitori influenza la composizione degli acidi grassi e la capacità di adattamento delle generazioni successive. In pratica, una volta avviata una colonia con la dieta giusta, i benefici si trasmettono.

Rispetto all’olio di alghe, che richiede bioreattori, controlli di temperatura e anidride carbonica, l’approccio con anfipodi e scarti di piselli ha un vantaggio concettuale: trasforma un rifiuto in una risorsa, chiudendo un cerchio che oggi è aperto. L’approccio potrebbe ridurre la pressione sugli stock ittici selvatici, spiegano i ricercatori, sostenendo al contempo i principi dell’economia circolare. Non serve pescare per nutrire i crostacei: bastano residui che l’industria alimentare produce comunque. Resta da capire se questa soluzione da laboratorio potrà scalare fino ai mangimifici industriali, dove i volumi in gioco sono enormi e i costi devono stare dentro margini risicati.

Cosa cambia per il tuo carrello della spesa

Per chi fa la spesa, tutto questo si traduce in una prospettiva concreta ma non immediata. Oggi il salmone che trovi al supermercato ha già un’impronta marina ridotta rispetto a trent’anni fa — meno farina di pesce, più soia e proteine vegetali — ma gli omega-3 che lo rendono interessante dal punto di vista nutrizionale vengono ancora in buona parte dal pesce pescato. Se la strada aperta dall’Università di Aveiro trovasse applicazione industriale, i mangimifici potrebbero disporre di una fonte aggiuntiva di omega-3 che non compete con il consumo umano diretto di pesce e non grava sugli ecosistemi marini. Non stiamo parlando di una soluzione che arriverà domani al banco: ci sono passaggi di scala, test su specie ittiche d’allevamento, valutazioni economiche. Ma è un tassello che si aggiunge a un mosaico già in costruzione — alghe, insetti, sottoprodotti — e che potrebbe rendere il salmone d’allevamento un po’ più sostenibile senza far lievitare il prezzo al consumatore.

La prossima volta che scegli un salmone, saprai che dietro c’è una partita globale per nutrire i pesci senza svuotare gli oceani. E forse, grazie a un piccolo crostaceo allevato con scarti di piselli, quel filetto diventerà un po’ più leggero per il pianeta.