L’Ue importa il 94% della soia che consuma, con Brasile e Argentina primi fornitori

La scorsa settimana la Commissione europea ha presentato il suo atteso Piano d’azione per le proteine, un documento che fissa un obiettivo ambizioso: portare la quota di proteine vegetali prodotte internamente e destinate ai mangimi animali dal 25,8 per cento al 35 per cento entro il 2035. Dieci anni, quasi dieci punti percentuali. Sembra poco. Non lo è, se si guarda da dove partiamo.

Il punto di partenza è questo: l’Unione europea produce 67 milioni di tonnellate di proteine vegetali da colture arabili e foraggere, ma ne consuma circa 80 milioni. La differenza — quei 13 milioni di tonnellate che mancano all’appello — arriva da fuori. E non è una differenza qualunque: il 74 per cento delle proteine ad alto contenuto proteico, quelle che contano per i mangimi, viene importato. Nel 2025 solo un quarto di quel che serviva è stato prodotto dentro i confini dell’Unione. Non è dipendenza: è sudditanza.

Il buco della soia (e cosa significa per la spesa)

Il dossier proteico europeo ha un nome e un cognome: soia. L’Unione ne importa il 94 per cento di quella che consuma. Nella stagione 2024-25 sono arrivate 13,4 milioni di tonnellate di proteine tra semi e farina di soia, con Brasile, Argentina e Stati Uniti a fare la parte del leone. Sono numeri che vengono da lontano e che raccontano una storia di scelte agricole precise: l’Europa ha privilegiato i cereali, ha ridotto le superfici a proteaginose, ha esternalizzato il problema a mercati dove la terra costa meno e le regole ambientali sono più morbide.

Poi sono arrivate le crisi. Già nel marzo 2022, a poche settimane dall’invasione russa dell’Ucraina, i leader europei avevano messo nero su bianco che aumentare la produzione interna di proteine vegetali era un modo per migliorare la sicurezza alimentare e ridurre i prezzi. Parole scritte in un vertice, dimenticate per mesi, riesumate quando il prezzo dei mangimi ha ripreso a correre. La Commissione avrebbe dovuto rivedere la sua politica proteica nel primo trimestre del 2024. L’ha fatto due anni dopo. I tempi della burocrazia europea, quando si tratta di passare dalle dichiarazioni ai piani, restano quelli.

Se chiudono i rubinetti: polli, maiali e conti che non tornano

A dare un senso di urgenza a questo piano non sono i buoni propositi, ma uno scenario controfattuale che il Protein Project ha quantificato in un rapporto pubblicato pochi giorni prima dell’annuncio della Commissione. Senza accesso a farine proteiche importate, l’Unione potrebbe perdere circa il 15 per cento della produzione di carne bovina e latticini, il 40 per cento di quella suina e fino al 60 per cento della produzione di pollame e uova. Non sono percentuali astratte: significano scaffali vuoti, allevatori in ginocchio, costi alle stelle per i consumatori. Significano scoprire, all’improvviso, che la sovranità alimentare non è uno slogan ma una necessità materiale.

Il piano d’azione prova a rispondere. Punta su colture proteiche — piselli, favino, lupini, erba medica — e su una filiera dei semi oleosi da irrobustire. Dieci punti percentuali in dieci anni, dai 25,8 attuali a 35 nel 2035. L’obiettivo è scritto, la tabella di marcia no. E qui cominciano i problemi, perché il documento è ricco di target e povero di risorse. Il Good Food Institute Europe lo ha detto senza troppi giri di parole: il piano manca di impegni concreti di finanziamento per le proteine vegetali destinate al consumo umano e per le tecnologie di fermentazione innovative. Si concentra sui mangimi — giusto, dati i numeri — ma trascura quasi del tutto la trasformazione di quelle stesse proteine in cibo per le persone. È come costruire un ponte a metà: arrivi fino al fiume, poi ti fermi.

La Cina guarda, l’Europa cincischia

C’è un altro attore che si affaccia su questa partita ed è la Cina, che secondo diversi osservatori sta minacciando la posizione dell’Europa come leader mondiale nella diversificazione proteica. Pechino investe in ricerca, fermentazione, nuovi ingredienti. L’Europa annuncia piani senza metterci i soldi. Il rischio, segnalato ancora dal Good Food Institute Europe, è che l’Unione perda opportunità economiche significative e resti esposta a catene di approvvigionamento globali sempre più fragili — quelle stesse catene che il piano dice di voler rendere meno indispensabili.

Il piano è un atto politico, non legislativo. Non ci sono obblighi per gli Stati membri, non ci sono sanzioni per chi non raggiunge i target, non c’è una linea di bilancio dedicata. Ci sono auspici, raccomandazioni, buone pratiche. La differenza tra un annuncio e un atto vincolante, in questo caso, è la differenza tra ciò che si vorrebbe fare e ciò che si farà davvero. Per ora, l’unica certezza è che il 94 per cento della soia europea continuerà ad arrivare da Brasile, Argentina e Stati Uniti. Le navi non si fermano con un comunicato stampa.