Il consumo di antimicrobici nel settore avicolo è crollato del 95% tra il 2011 e il 2024

Quando scegli un petto di pollo al banco frigo, è una domanda che in tanti si fanno: chissà quanti antibiotici ha preso quest’animale. In Italia la risposta è molto diversa da quella che immagini. Secondo i dati pubblicati nei giorni scorsi da Il Fatto Alimentare, il consumo di antibiotici nel settore avicolo italiano è crollato di circa il 90% rispetto al 2011. E si stima che oggi l’80-90% dei polli allevati nel nostro Paese non riceva antibiotici nella sua breve vita, che dura in media 5-6 settimane. Non perché qualcuno glieli neghi quando servirebbero: semplicemente, nella stragrande maggioranza degli allevamenti gli animali non si ammalano.

Il pollo italiano: un successo silenzioso

La cifra fa impressione, ma è confermata da più fonti. Unaitalia, l’associazione che rappresenta i produttori avicoli, ha registrato una riduzione del 95% nell’uso di antibiotici nella produzione avicola italiana tra il 2011 e il 2024. In poco più di un decennio siamo passati da un impiego massiccio a un impiego residuale, concentrato solo sui capi effettivamente malati. Significa che nove polli su dieci che finiscono nel nostro carrello non sono mai stati trattati con antimicrobici.

Come ci siamo arrivati non è una storia lineare. Per decenni l’allevamento intensivo ha fatto un uso sistematico di questi farmaci non per curare, ma per far crescere gli animali più in fretta e con meno mangime. L’abitudine è nata quasi per caso: già alla fine degli anni Quaranta, qualche allevatore americano cominciò a nutrire i polli con gli scarti della fermentazione usata per produrre antibiotici, accorgendosi che gli animali ingrassavano più rapidamente. Da lì la pratica si è diffusa in tutto il mondo, Europa compresa, ed è rimasta legale per quasi sessant’anni.

Le regole europee: progressi e paradossi

La prima vera inversione di rotta è arrivata dall’Unione Europea, che dal 1° gennaio 2006 ha vietato l’uso degli antibiotici come promotori della crescita. Non fu un fulmine a ciel sereno: già negli anni Ottanta Paesi come Danimarca e Svezia avevano adottato politiche restrittive, dimostrando che si poteva produrre carne su larga scala senza somministrare farmaci agli animali sani. Il divieto comunitario ha poi spinto tutti gli Stati membri ad adeguarsi, e da allora il panorama è cambiato radicalmente.

Le regole non si sono fermate lì. Negli ultimi anni l’UE ha progressivamente ristretto anche l’uso preventivo degli antibiotici, riservandolo soltanto a circostanze eccezionali in cui un veterinario certifichi un rischio concreto per la salute del gruppo di animali. Il principio è semplice: gli antibiotici servono a curare, non a tappare buchi di gestione. E i numeri italiani dimostrano che quando gli allevamenti sono ben condotti, di antibiotici non ce n’è bisogno.

Eppure, questo sistema virtuoso convive con una grande contraddizione. Mentre l’Europa impone regole severissime ai propri allevatori, continua a importare ogni anno diverse centinaia di migliaia di tonnellate di carne da animali trattati con antibiotici promotori della crescita. Carni che arrivano da Paesi dove quelle sostanze sono ancora perfettamente legali, e dove vengono usate esattamente come in Europa si faceva prima del 2006.

Il paradosso delle importazioni e cosa possiamo fare

Il meccanismo è paradossale. Un allevatore italiano che oggi usasse antibiotici per far ingrassare i polli sarebbe sanzionato e si vedrebbe bloccare la produzione. Ma lo stesso petto di pollo, se arriva da fuori UE, può essere stato prodotto con quelle stesse sostanze e finire comunque nel piatto di un consumatore europeo. I controlli alle frontiere sulla presenza di residui di farmaci ci sono, ma non coprono l’intero volume delle importazioni e non possono verificare il modo in cui gli animali sono stati allevati durante tutto il ciclo di vita. In pratica, compriamo carne prodotta con metodi che qui abbiamo messo fuori legge vent’anni fa.

Non si tratta di allarmismo, ma di un’asimmetria regolatoria che ha conseguenze concrete. Da un lato penalizza i produttori europei, che investono in biosicurezza, gestione degli allevamenti e controlli veterinari. Dall’altro espone chi compra a un prodotto su cui non ha le stesse garanzie che avrebbe con una carne nata e cresciuta dentro i confini dell’Unione. Nel caso del pollo, abbiamo un vantaggio informativo non da poco: in Italia la quasi totalità della produzione è allevata senza antibiotici, e i dati lo confermano anno dopo anno.

Cosa può fare chi fa la spesa? La leva più immediata è guardare l’etichetta. La normativa europea obbliga a indicare il Paese di origine per le carni fresche di pollame: se c’è scritto “Italia”, stai comprando un prodotto che con ogni probabilità non ha mai visto un antibiotico. Se invece la confezione riporta un’origine extra-UE, o se l’indicazione è poco chiara, vale la pena ricordarsi del paradosso: il prezzo più basso potrebbe riflettere un metodo di allevamento che qui non sarebbe consentito.

Scegliere carne italiana, in questo caso, non è una bandierina da sventolare ma un modo concreto per premiare un sistema che ha fatto passi avanti enormi senza che quasi nessuno se ne accorgesse. Non costa necessariamente di più, perché il pollo italiano è competitivo anche sul prezzo, e non richiede gesti eroici: basta guardare l’etichetta. La prossima volta che compriamo pollo, quella mezza riga scritta in piccolo può fare la differenza per la nostra salute e per un modello di allevamento più sostenibile.