Il declino è legato ai cambiamenti dell’ecosistema artico, dove le balene vanno a nutrirsi
In meno di un decennio, la popolazione di balene grigie del Pacifico nord-orientale si è più che dimezzata. Secondo i dati della NOAA, si è passati da circa 27.000 esemplari nel 2016 a 13.000 nel 2025, il livello più basso dagli anni Settanta. Una perdita di 14.000 individui che da sola racconta una pressione senza precedenti su una specie che aveva già mostrato una notevole capacità di recupero in passato. E i numeri più recenti non lasciano spazio a interpretazioni morbide: al 6 luglio 2026, la NOAA aveva registrato 145 spiaggiamenti di balene grigie nei primi sei mesi dell’anno, dopo un 2025 che si era chiuso con 179 carcasse sulle coste.
La traiettoria è netta. Nel 2019 la stima della popolazione era di 20.500 unità; nel 2023 era già scesa a 14.526, con un saldo negativo di circa 6.000 balene in cinque anni. La contabilità aggiornata al 2025 conferma la discesa: 13.000 capi, il minimo da quando la specie ha cominciato a essere monitorata in modo sistematico. Significa che in otto anni la popolazione ha perso più della metà dei suoi componenti. Non è un’oscillazione fisiologica: è un riassetto della taglia della popolazione che si sta consumando sotto i nostri occhi.
Cosa sta uccidendo le balene?
La risposta viene da un’indagine avviata dopo l’evento di mortalità anomala — Unusual Mortality Event, nella classificazione della NOAA — che tra il 2019 e il 2023 ha coinvolto 690 spiaggiamenti di balene grigie. Il team investigativo ha concluso che la causa preliminare è riconducibile a cambiamenti localizzati dell’ecosistema nelle aree di alimentazione subartiche e artiche della specie. In altre parole, il problema non sta lungo le rotte migratorie o nelle zone di riproduzione, ma nel luogo in cui le balene grigie vanno a nutrirsi: il fondale dell’Artico e del sub-Artico, dove trovano gli anfipodi che costituiscono la base della loro dieta.
L’ecosistema artico sta cambiando a una velocità che potrebbe aver superato la capacità storica di recupero della popolazione. Lo ha spiegato il dottor David Weller, biologo della NOAA, notando che «l’ambiente sta cambiando a un ritmo o in modi che stanno mettendo alla prova la capacità, consolidata nel tempo, della popolazione di riprendersi rapidamente mentre si adatta a un nuovo regime ecologico». Non è un allarme generico: è il riconoscimento che i meccanismi che in passato avevano permesso alle balene grigie di assorbire shock anche pesanti — come l’evento di mortalità del 1999-2000 — questa volta potrebbero non bastare.
L’evento più recente, infatti, è stato molto più lungo del precedente. Quello di fine anni Novanta si era esaurito in poco più di un anno; l’UME chiuso nel 2023 si è protratto per quasi quattro anni, con un numero di spiaggiamenti che ha continuato a crescere anche dopo la chiusura formale dell’indagine. I 179 ritrovamenti del 2025 e i 145 già accumulati nella prima metà del 2026 suggeriscono che la pressione sull’ecosistema artico non si è allentata, e che la popolazione sta continuando a contrarsi.
Un futuro scritto nel ghiaccio
I segnali non sono incoraggianti. La stima di 13.000 esemplari nel 2025 conferma un declino che non accenna a stabilizzarsi, e proietta la popolazione su valori che non si vedevano da prima che il monitoraggio aereo e le tecniche di censimento moderno diventassero affidabili. Non è soltanto una questione di numeri assoluti: una popolazione ridotta perde diversità genetica, margini di resilienza, capacità di assorbire annate sfavorevoli. Se l’Artico continua a scaldarsi — e tutti i modelli climatici dicono che lo farà — il cibo potrebbe scarseggiare ancora, e con esso la capacità delle balene di portare a termine le migrazioni e le gravidanze.
Il 2026 rischia di essere l’anno della verità. Con 145 spiaggiamenti già registrati al 6 luglio — un ritmo che, se mantenuto, porterebbe a superare il totale del 2025 — il prossimo conteggio invernale delle carcasse dirà se la traiettoria del declino sta accelerando o se, al contrario, la popolazione sta trovando un nuovo equilibrio su livelli più bassi. Ma la differenza tra uno scenario e l’altro è sottile: in entrambi i casi, stiamo parlando di una specie che ha perso più della metà dei suoi effettivi in un arco di tempo che, su scala ecologica, è un battito di ciglia.
Tenete d’occhio il conteggio degli spiaggiamenti dei prossimi mesi. Se il trend continua, la balena grigia del Pacifico nord-orientale potrebbe diventare uno dei simboli più nitidi di un oceano che sta cambiando troppo in fretta perché anche le specie più adattabili riescano a tenere il passo.




