La revisione della politica di deforestazione zero ha permesso l’ingresso del maggiore disboscatore indonesiano

Ci sono numeri che da soli basterebbero a escludere un’azienda da qualsiasi filiera che si dichiari responsabile. Più di 42.500 ettari di foresta cancellati dalla mappa. Torbiere protette drenate e incendiate. Un cimitero ancestrale spianato dalle ruspe. Eppure, lo scorso giugno APRIL Group ha aggiunto PT Mayawana Persada alla sua lista di fornitori approvati. Mezza Singapore rasa al suolo non è bastata a tenere fuori dal mercato della carta «sostenibile» il maggiore disboscatore indonesiano di questo decennio.

La notizia è passata in sordina tra un report di sostenibilità e l’altro, ma racconta qualcosa di più profondo di una semplice contraddizione aziendale. Racconta di un sistema — fatto di certificazioni, politiche volontarie e impegni zero-deforestazione — che quando arriva il momento di scegliere tra i principi e la materia prima, sceglie la materia prima. E lo fa con un atto amministrativo: l’inserimento in una lista fornitori che trasforma una concessione di 136.710 ettari in un partner commerciale legittimo.

Il fornitore modello che ha incenerito la collina sacra

Per capire cosa significhi aggiungere Mayawana Persada alla catena di fornitura di APRIL bisogna partire dai numeri, e i numeri sono impietosi. Tra il 2016 e il 2024, secondo i dati dell’ong Satya Bumi, la società ha disboscato 42.512 ettari di foresta all’interno della propria concessione nel Kalimantan occidentale. Un’area che, per dare un riferimento, equivale a circa metà della superficie di Singapore. Di questi, circa 27.500 ettari erano torbiere: ecosistemi che immagazzinano carbonio per millenni e che, una volta drenati, diventano micce pronte a incendiarsi a ogni stagione secca. Undicimila ettari di quelle torbiere erano classificati come ecosistema protetto.

Ma la devastazione non è stata solo ecologica. La collina di Bukit Sabar Bubu, sacra per la comunità indigena Dayak Kualan, ha cominciato a essere disboscata nel giugno 2020. Le ruspe hanno lavorato per quasi tre anni, fino al maggio 2023, sbancando un luogo che per quella comunità non era solo foresta: era memoria, identità, rapporto con gli antenati. Nello stesso 2020 Mayawana ha raso al suolo un altro sito sacro, il cimitero ancestrale di Kek Juing. Non un danno collaterale: un’operazione pianificata, eseguita con mezzi meccanici, su un terreno che l’azienda considerava proprio per concessione statale e che la comunità considerava proprio per diritto consuetudinario. Due mappe sovrapposte sullo stesso pezzo di terra, due definizioni di proprietà che non si incontrano mai.

Eppure nel 2023, mentre il disboscamento accelerava fino a toccare quasi 19.543 ettari in un solo anno — più della deforestazione combinata delle prime dieci aziende di legname e pasta di legno messe insieme — Mayawana non ha incontrato ostacoli significativi. Ha continuato a operare, a produrre, a vendere. Fino a diventare, evidentemente, un partner abbastanza affidabile da meritare un posto nella filiera di uno dei colossi mondiali della carta.

L’estorsione di difendere le proprie radici

Mentre le escavatrici spianavano la collina sacra e il cimitero di Kek Juing, il capo tradizionale del villaggio indigeno di Lelayang provava a reagire con gli unici strumenti che aveva. Tarsisius Fendy Sesupi ha applicato una sanzione consuetudinaria contro Mayawana Persada: un atto che nel diritto tradizionale Dayak serve a ristabilire l’equilibrio violato, a chiedere conto di un danno che non è solo materiale. Una pratica che esiste da secoli e che lo Stato indonesiano, sulla carta, riconosce. Ma la reazione delle autorità è stata diametralmente opposta a quella che chiunque si aspetterebbe: lo scorso marzo la polizia locale lo ha accusato di estorsione.

Sesupi non è finito sotto processo per aver difeso una collina sacra. È finito sotto processo per aver osato chiedere un risarcimento all’azienda che quella collina l’ha distrutta. È un ribaltamento che andrebbe studiato nei manuali di diritto come caso di scuola: chi subisce il danno diventa imputato, chi lo provoca resta fornitore qualificato. E non stiamo parlando di un’azienda qualsiasi: Mayawana Persada ha disboscato più foreste naturali di qualsiasi altra azienda nel settore delle piantagioni industriali in Indonesia in questo decennio. È il primo della classe nella categoria sbagliata, e viene premiato con l’ingresso in una catena di fornitura globale.

La vicenda di Sesupi non è un episodio isolato, ma la cartina di tornasole di un sistema che funziona al contrario. Le politiche di sostenibilità delle grandi aziende prevedono clausole sul rispetto dei diritti indigeni, sul consenso libero e informato, sulla protezione delle foreste ad alto valore di conservazione. Poi arriva il momento in cui quelle clausole dovrebbero mordere, e invece si scopre che i denti non ci sono. O peggio, che mordono dalla parte sbagliata: non verso chi devasta, ma verso chi resiste. A chi serve una giustizia che punisce chi tenta di proteggere la propria terra? Non certo alle comunità Dayak del Kalimantan occidentale, che vedono il loro capo tradizionale trascinato in tribunale mentre le concessioni continuano a espandersi.

Il prezzo della promessa infranta

La catena di custodia non ha retto. Non è un’opinione, è matematica: Mayawana Persada ha disboscato più di chiunque altro nel settore in questo decennio, eppure è stata giudicata idonea a entrare nella filiera di APRIL Group. L’operazione è stata resa possibile da un passaggio tecnico che dice molto su come funzionano le politiche volontarie di sostenibilità: prima dell’inserimento in lista, APRIL ha indebolito la propria politica di deforestazione zero. Non ha semplicemente ignorato le regole, le ha riscritte. È la differenza tra violare un impegno e svuotarlo dall’interno: nel primo caso si può parlare di incidente, nel secondo di strategia.

I numeri della devastazione erano noti. Le denunce delle ong, da Greenpeace ad Auriga Nusantara, avevano documentato che già tra il 2018 e il 2022 erano stati cancellati circa 19.649 ettari di foresta pluviale. I dati erano pubblici, verificabili, dettagliati. La distruzione del cimitero di Kek Juing e della collina Bukit Sabar Bubu era stata denunciata dalle comunità locali. Eppure tutto questo non è stato sufficiente a fermare l’ingresso di Mayawana nella filiera di APRIL. Anzi: è stato sufficiente un aggiornamento della politica aziendale per trasformare un disboscatore seriale in un fornitore approvato. È il cortocircuito perfetto della sostenibilità volontaria: quando i criteri diventano d’intralcio, si cambiano i criteri. Non serve violare la legge, basta riscrivere il regolamento interno.

Il caso Mayawana è il sintomo di un fallimento più ampio, che riguarda l’intera architettura degli impegni volontari. Le certificazioni, le politiche NDPE (No Deforestation, No Peat, No Exploitation), le promesse di trasparenza funzionano finché non entrano in conflitto con la necessità di approvvigionarsi di materia prima a costi competitivi. Quando il conflitto si presenta, la soluzione non è quasi mai rifiutare il fornitore problematico: è adeguare il perimetro di ciò che si considera accettabile. Con un aggravante, nel caso specifico: Mayawana non è un fornitore marginale, di quelli che possono essere sostituiti con una telefonata. È un’azienda che controlla una concessione enorme e che ha già disboscato a ritmi industriali, il che significa che ha volumi di legname disponibili nell’immediato. In un mercato dove la domanda di fibra cresce, un fornitore con questa capacità produttiva non si rifiuta. Si integra. E se serve, si riscrive la policy.

Mentre il processo a Tarsisius Fendy Sesupi incombe sulla comunità di Lelayang, la domanda resta aperta e scomoda. Quanto vale ancora la promessa zero-deforestazione se chi la firma può decidere, con un tratto di penna, di non applicarla più? E soprattutto: chi è disposto a farsi carico del costo di tenere in piedi quella promessa? Non certo le comunità indigene, che hanno già pagato con una collina sacra spianata e un cimitero incenerito. Non certo Sesupi, che rischia la galera per aver applicato il diritto consuetudinario. Il costo, per ora, sembra essere tutto dalla parte sbagliata. Resta il silenzio assordante di Bukit Sabar Bubu, e una domanda che nessun bilancio di sostenibilità potrà mai contenere: la prossima foresta scomparirà dalla mappa o dai rendiconti trimestrali?