L’ADE propone un organismo formale per garantire che la flessibilità dei consumatori sia considerata prima degli investimenti

Novanta miliardi di sterline. È il costo stimato per riorganizzare la rete elettrica della Gran Bretagna entro gli anni 2030, secondo quanto riportato dal Guardian lo scorso 30 giugno. Una cifra che da sola racconta la portata della transizione in corso. Ma se una parte consistente di quei 90 miliardi fosse un investimento prematuro? È il paradosso al centro di un’analisi pubblicata lo scorso 8 luglio dall’ADE, il più grande ente commerciale senza scopo di lucro del Regno Unito per la domanda di energia: miliardi di spesa per infrastrutture fisiche potrebbero essere evitati se la flessibilità dei consumatori venisse messa al centro delle decisioni, prima che sia troppo tardi.

Il conto da 90 miliardi: necessario o evitabile?

La stima del Guardian non arriva dal nulla. National Grid sta già lavorando a ritmo serrato per potenziare una rete che deve assorbire quote crescenti di rinnovabili intermittenti, sostenere la crescita economica e sostituire infrastrutture che invecchiano. Alice Delahunty, responsabile della divisione trasmissione di National Grid, ha dichiarato che l’azienda si sta «già muovendo rapidamente» per aggiornare la rete, aumentare la capacità e sostenere lo sviluppo, «mantenendo al contempo una chiara attenzione al valore per il consumatore e alla riduzione dei costi». L’intenzione è esplicita: spendere molto per ammodernare, ma con un occhio all’efficienza.

Il punto è che esiste un’alternativa parziale a questa montagna di investimenti, e non è una tecnologia sperimentale. È la flessibilità della domanda. L’ADE lo dice senza giri di parole: considerare i consumatori – famiglie, imprese, industrie – non più come semplici utenti passivi di elettricità, ma come risorse attive in grado di bilanciare la rete, assorbire surplus di generazione rinnovabile, esportare elettricità e ridurre la necessità di costosi potenziamenti fisici. Lo scorso 8 luglio, l’ente ha ribadito che miliardi di spesa infrastrutturale potrebbero rivelarsi prematuri se la flessibilità non viene messa in cima all’agenda. Non è una critica frontale a National Grid, ma un avvertimento: se si costruisce prima di aver sfruttato tutte le leve di gestione della domanda, si rischia di pagare due volte.

Dal consumatore passivo alla risorsa di rete

L’idea che il consumatore possa essere qualcosa di più di un pagatore di bollette non è nuova, ma fatica a entrare nella pianificazione di sistema con il peso che meriterebbe. Già nel giugno 2025 l’Association for Decentralised Energy (ADE) aveva lanciato un appello chiaro: imprese e famiglie non devono restare «pagatori passivi di bollette», ma devono giocare un ruolo più ampio nel bilanciamento della rete. Oggi quel richiamo si fa più urgente. Il rapporto dell’ADE intitolato Demand’s Consumer-Led Clean Power sostiene che la flessibilità dei consumatori può evitare costosi aggiornamenti delle infrastrutture fisiche e raccomanda l’istituzione di un Consumer-Led Flexibility Delivery Board, un organismo formale che impedisca che la flessibilità venga trascurata nella pianificazione della rete.

Non si tratta solo di buoni propositi. Il governo britannico ha nominato Cathy McClay come Flexibility Commissioner nel dicembre 2025, e la stessa McClay ha presieduto riunioni trimestrali con l’industria per fare il punto sugli impegni della Clean Flexibility Roadmap e raccogliere feedback. Un gruppo consultivo sulla flessibilità guidato dai consumatori, supportato proprio dall’ADE, è stato creato per portare nuove idee. C’è quindi un’architettura istituzionale che riconosce il problema. Manca però ancora il passo decisivo: vincolare le decisioni di investimento a una valutazione sistematica del potenziale di flessibilità.

Quanto varrebbe, in concreto, questa flessibilità? Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), la flessibilità della domanda migliora l’utilizzo degli asset di generazione e rete già esistenti, riduce lo stress nei picchi di carico, abbassa le perdite e i tagli di produzione rinnovabile, e favorisce un’integrazione più efficiente dell’energia pulita. In più, quando viene abilitata e valorizzata in modo appropriato, porta con sé maggiore sicurezza energetica, minori costi di sistema e per i consumatori, e meno emissioni. Numeri non ancora tradotti in sterline risparmiate, ma sufficienti per giustificare una riflessione approfondita prima di firmare assegni da decine di miliardi.

La finestra che si chiude

L’ammodernamento della rete non aspetta nessuno. National Grid sta accelerando e ogni decisione infrastrutturale presa oggi condizionerà l’architettura del sistema per decenni. L’analisi pubblicata da edie.net lo scorso 8 luglio lo mette nero su bianco: «L’opportunità esiste ora per ridefinire il ruolo del consumatore prima che le decisioni infrastrutturali diventino immutabili». Una volta posati i cavi e costruite le sottostazioni, tornare indietro è impossibile, e il costo-opportunità di non aver usato la flessibilità si cristallizza in bolletta per i prossimi vent’anni.

Il Consumer-Led Flexibility Delivery Board proposto dall’ADE potrebbe essere l’ultima carta per evitare che la corsa agli investimenti tradizionali soffochi un’alternativa più economica e distribuita. Ma perché funzioni, deve avere peso politico e regolatorio reale, non restare un comitato consultivo. La domanda che resta aperta è se il governo e il regolatore sapranno imporre alla pianificazione di rete un vincolo esplicito: prima di spendere, verifica quanta flessibilità puoi ottenere dai consumatori.

Il numero da tenere d’occhio sarà la capacità di flessibilità della domanda che verrà effettivamente contrattualizzata nel prossimo piano strategico del National Energy System Operator (NESO). Sarà quella la cartina di tornasole: non gli annunci, non le roadmap, ma i contratti firmati e la potenza flessibile messa a disposizione del sistema. Se quella cifra resterà marginale, i 90 miliardi di sterline rischieranno di essere ricordati non come il costo necessario della transizione, ma come il prezzo di un’occasione mancata.