Il sorpasso è avvenuto a maggio, quando la domanda elettrica sale e il carbone storicamente copriva i picchi

A maggio 2026, per la prima volta nella storia americana, il solare ha prodotto più elettricità del carbone. Non si tratta di una proiezione o di un obiettivo da raggiungere entro il 2035: è un consuntivo mensile misurato sui contatori reali. Secondo i dati di Ember, a maggio il fotovoltaico ha fornito il 12,8% dell’elettricità statunitense, mentre il carbone è sceso al 12,2%. Sei decimi di punto percentuale, un margine sottile ma simbolicamente definitivo. Il sorpasso è avvenuto nella stagione in cui la domanda elettrica comincia a salire e il carbone, storicamente, copriva la differenza tra la generazione di base e i picchi. Quest’anno no: i pannelli hanno fatto il lavoro.

Il sorpasso

Il dato di Ember non arriva dal nulla. Già nella primavera del 2026 l’energia solare aveva superato il carbone per la prima volta su base stagionale. A maggio il sorpasso si è consolidato in termini mensili, con una quota record del 12,8% che riflette un’espansione della capacità installata senza precedenti negli ultimi tre anni. Il carbone, che nel 2015 generava ancora oltre il 30% dell’elettricità americana, è scivolato al 12,2%: meno della metà in poco più di un decennio.

La dinamica tecnica è nota a chi segue il settore: il costo livellato dell’elettricità da fotovoltaico utility-scale è sceso sotto i 30 dollari al megawattora in diverse regioni, mentre le centrali a carbone esistenti operano con costi marginali superiori, anche senza considerare le esternalità ambientali. Il risultato è che molti impianti a carbone vengono spenti non per imposizione normativa ma perché non sono più competitivi sul mercato all’ingrosso. Il sorpasso di maggio 2026 è la traduzione contabile di questa realtà industriale: ogni giorno in cui il sole splende, gli inverter immettono elettroni a un prezzo contro cui una caldaia a polverino di carbone non può competere.

La forbice

Dietro il record c’è però una burocrazia che lavora in senso contrario. Il 4 luglio 2025, il presidente Trump ha firmato il One Big Beautiful Bill, una legge che, stando all’analisi della Solar Energy Industries Association, taglia fortemente l’energia solare e introduce nuove restrizioni ai crediti d’imposta energetici. Nel testo, la promozione dei combustibili fossili è esplicita: la legge favorisce attivamente petrolio, gas e carbone rispetto alle rinnovabili, invertendo la direzione che l’Inflation Reduction Act aveva impresso al settore.

Il paradosso è misurabile. Mentre gli operatori di rete registravano il primo mese della storia con il solare davanti al carbone, il Dipartimento dell’Energia annunciava la chiusura di 321 premi finanziari per 223 progetti, con un risparmio dichiarato di circa 7,56 miliardi di dollari. Nell’ultimo anno, l’amministrazione ha tagliato oltre 7,5 miliardi in investimenti per l’energia pulita. Il ministero presenta la cifra come un risparmio per i contribuenti. Ma sul terreno, ogni premio cancellato corrisponde a un impianto non costruito, a un lotto di moduli non ordinato, a squadre di installatori che non verranno assunte.

I tagli non riguardano solo la scala utility. Le restrizioni ai crediti d’imposta contenute nel One Big Beautiful Bill colpiscono anche il segmento residenziale, dove i tempi di ritorno dell’investimento si allungano e la domanda rallenta. Per un installatore medio del Midwest, il credito d’imposta federale rappresentava la differenza tra una proposta commerciale che si chiude in due appuntamenti e una che richiede sei mesi di trattative. Senza quell’agevolazione, il mercato residenziale perde trazione proprio mentre la tecnologia ha raggiunto la maturità economica.

Chi paga il conto

I numeri di bilancio hanno una traduzione chimica. Le emissioni di SO2 delle centrali a carbone americane sono aumentate del 18% dal 2024 al 2025. L’inquinamento atmosferico da carbone è risalito complessivamente nel corso del 2025, invertendo un trend di riduzione che durava da oltre un decennio. Ogni punto percentuale di generazione elettrica che resta al carbone invece di passare al solare si traduce in tonnellate di anidride solforosa, ossidi di azoto e particolato che entrano nei polmoni delle comunità vicine agli impianti.

L’aumento non è una fatalità geologica: è una scelta politica con conseguenze misurabili. Le centrali a carbone che nel 2025 hanno aumentato le emissioni sono le stesse che, in assenza del One Big Beautiful Bill e dei tagli agli investimenti puliti, sarebbero state progressivamente sostituite da nuova capacità solare ed eolica. Il 12,8% di maggio 2026 dimostra che l’industria delle rinnovabili avrebbe avuto la capacità tecnica ed economica per continuare a erodere la quota del carbone. Ma senza i finanziamenti federali, la pipeline di progetti si svuota e il carbone riprende fiato.

Il sorpasso solare resterà una data sul calendario energetico americano, il momento in cui la curva ha incrociato quella del fossile. Ma senza investimenti, rischia di trasformarsi in un’occasione persa, con l’aria più sporca a ricordarci che ogni punto percentuale conta quando si tratta di emissioni reali.