La legge lombarda fissa una cornice senza obiettivi misurabili, mentre l’Emilia-Romagna punta a 6,3 GW entro il 2030
Quando, lo scorso 29 giugno, i rappresentanti del settore energetico si sono ritrovati a Milano per l’evento ‘Nuova legge aree idonee Regione Lombardia’, promosso da ITALIA SOLARE con il consigliere regionale Riccardo Pase e moderato dalla giornalista del Sole 24 Ore Sara Deganello, il confronto non poteva che partire da un dato cronologico: la Lombardia era arrivata prima. La sua legge regionale n. 10, datata 21 maggio 2026, l’aveva issata sul gradino più alto del podio normativo, quello di prima regione a dare attuazione all’articolo 11-bis del decreto legislativo 190/2024. Ma nelle otto settimane trascorse da allora, qualcosa è cambiato. O meglio, si è chiarito un dettaglio che a molti investitori era sfuggito: essere primi non significa essere i migliori.
La legge lombarda: un punto di partenza senza traguardo
La legge regionale n. 10 del 21 maggio 2026 ha certamente il merito di aver sbloccato un processo che in molte altre regioni era ancora arenato. Tuttavia, chi si aspettava una roadmap operativa è rimasto deluso. Come ha osservato lo stesso presidente di ITALIA SOLARE durante il dibattito milanese, la L.R. 10/2026 «rappresenta un punto di partenza, non un punto di arrivo». Una definizione cortese per dire che la norma, per quanto tempestiva, non fissa un solo obiettivo misurabile. Nessun gigawatt dichiarato, nessuna percentuale massima di superficie agricola utilizzabile, nessuna gerarchia esplicita tra le aree da privilegiare.
Alla tavola rotonda, davanti a un parterre che includeva Alessandro Bettoni di Confagricoltura, Gianfranco Comincioli di Coldiretti Lombardia, Michele Galbusera di A2A, Barbara Meggetto di Legambiente Lombardia e Vincenzo Pepe di Fare Ambiente, la tensione tra le diverse anime del territorio è emersa con chiarezza. Ma senza un obiettivo quantitativo ancorato al 2030, la legge lombarda assomiglia più a una cornice istituzionale che a un piano industriale. È un contenitore che potrebbe riempirsi di progetti, oppure restare vuoto, a seconda della volontà politica dei prossimi mesi. Il primato temporale si è così rapidamente trasformato in un vantaggio fragile, perché la certezza del diritto – quella che gli sviluppatori cercano prima di investire – non si costruisce solo con un timbro cronologico, ma con numeri precisi.
Emilia-Romagna: 6,3 GW e il coraggio del tetto all’agricolo
A otto giorni di distanza dalla Lombardia, il 29 maggio 2026, l’Emilia-Romagna ha approvato la sua L.R. 5/2026, e lo ha fatto con un approccio radicalmente diverso. La Regione ha messo sul tavolo, nero su bianco, un obiettivo: 6,3 GW di potenza extra da rinnovabili entro il 2030. È un numero che va letto nella giusta prospettiva: equivale a circa un sesto dell’intera potenza fotovoltaica installata in Italia a inizio 2026, oppure, se si preferisce un altro termine di paragone, a quasi il doppio di quanto l’intero Paese ha installato nel 2025. Non è una cifra simbolica: è un target che costringerà tutti – enti locali, agricoltori, sviluppatori – a fare i conti con un cronoprogramma.
Ma c’è un secondo elemento che rende la legge emiliano-romagnola più attrattiva agli occhi degli operatori: il vincolo esplicito sull’agricolo. La norma consente di utilizzare non più dell’1,5% della Superficie agricola utilizzata (SAU) regionale per impianti rinnovabili. È un tetto, certo, ma è anche una garanzia. Fissa un perimetro certo entro il quale muoversi, toglie agli sviluppatori l’incertezza di vedersi bloccare un progetto da un’amministrazione locale che cambia idea, e offre alle associazioni agricole un argine misurabile oltre il quale opporsi con cognizione di causa. In Lombardia, al contrario, l’assenza di un limite massimo di SAU lascia ogni singola autorizzazione in balia della contrattazione caso per caso, con tempi e costi che diventano difficili da prevedere.
La differenza non è solo tecnica. È il tipo di segnale che un governo regionale invia al mercato. L’Emilia-Romagna dice: vogliamo 6,3 GW, sappiamo che una parte andrà su suolo agricolo, ma la teniamo entro l’1,5%, quindi dateci i vostri progetti migliori. La Lombardia dice: abbiamo una legge quadro, ora vedremo. Due messaggi che, in una fase in cui i capitali internazionali stanno selezionando con cura dove allocare le proprie pipeline di sviluppo, pesano in modo molto diverso sulla bilancia delle decisioni.
Chi vince la sfida dei capitali?
Con due approcci così distanti, il mercato sta già facendo i suoi calcoli. Le pipeline di sviluppo solare ed eolico non si costruiscono in settimane, ma i segnali normativi sono il primo filtro che i fondi applicano quando scelgono su quali regioni concentrare i team e le risorse. In Emilia-Romagna, un operatore sa che può pianificare su un orizzonte di quattro anni con un target dichiarato e un tetto all’agricolo che non verrà sforato per sorpresa. In Lombardia, ogni progetto resta esposto al rischio di un ripensamento politico, o semplicemente alla mancanza di una gerarchia chiara tra le aree da privilegiare.
Non è un caso che al convegno milanese dello scorso 29 giugno sia emersa con insistenza la proposta di istituire un tavolo permanente in Regione, un luogo dove le associazioni di categoria, gli sviluppatori e le amministrazioni possano colmare proprio quel vuoto di indirizzo che la legge non ha riempito. Ma un tavolo permanente, per quanto utile, non è un obiettivo vincolante. E gli investitori, che devono rispondere ai propri comitati credito, hanno bisogno di vincoli, non di auspici. La partita, a questo punto, si giocherà su un dato concreto che ancora non conosciamo: le richieste di connessione alla rete di trasmissione nazionale. Sarà il flusso di domande presentate in Emilia-Romagna nei prossimi trimestri, confrontato con quello lombardo, a dire se il primato cronologico di Milano è stato sufficiente a compensare l’assenza di un obiettivo di potenza dichiarato. Tutto lascia pensare di no.




