La causa chiede che la società rispetti il diritto ugandese nei tribunali britannici
Un agricoltore alle porte di Hoima, in Uganda, riceve una busta. Dentro c’è un foglio che dice che la sua terra, coltivata da generazioni, non gli appartiene più: è stata espropriata per fare spazio all’East African Crude Oil Pipeline (EACOP). Non è il primo, non sarà l’ultimo. Il progetto ha già sconvolto la vita di più di 100.000 persone tra Uganda e Tanzania. Ma questa volta quattro agricoltori hanno deciso di non restare in silenzio, e lo scorso 7 luglio hanno depositato un caso presso l’Alta Corte di Giustizia del Regno Unito contro EACOP Ltd, la società che gestisce l’infrastruttura.
La mossa è tutto fuorché simbolica. I quattro chiedono che la corte applichi il diritto ugandese — costituzionale, climatico e ambientale — direttamente a una società registrata all’estero.
È la prima volta che accade per questo progetto, e segna un nuovo capitolo nella lunga storia di resistenza locale all’oleodotto.
La terra perduta
Dietro le carte bollate c’è una realtà fatta di campi espropriati, paludi prosciugate e famiglie spostate a forza. Il tracciato dell’EACOP, lungo oltre 1.400 chilometri, attraversa 158 zone umide in Uganda, 11 fiumi, 44 aree protette e sette aree chiave per la biodiversità. Non si tratta solo di un danno ambientale astratto: per chi viveva di quel territorio, è la fine di un mondo.
Le organizzazioni che seguono il progetto da anni hanno documentato intimidazioni, molestie e abusi contro le persone che vivono lungo il percorso. “Sono state rivelazioni continue”, si legge in un’analisi pubblicata da Yale Environment 360, “nonostante le quali il progetto è andato avanti”. Eppure, quei quattro agricoltori hanno trovato una crepa nel muro. La loro causa non chiede un risarcimento generico: chiede che EACOP Ltd rispetti le leggi del Paese in cui opera, anche se la sua sede legale è altrove. È un tentativo di riportare il diritto dove la politica e gli affari fanno fatica ad arrivare.
L’ombra del precedente
La causa non cade nel vuoto. Vent’anni fa, nel delta del Niger, un’altra comunità si ribellò a una multinazionale petrolifera. Alla fine del percorso legale, Shell concordò un accordo storico da 55 milioni di sterline per i danni causati dalle fuoriuscite di petrolio. Quel caso, promosso dallo studio legale Leigh Day, stabilì un principio che oggi torna utile: le società registrate nel Regno Unito possono essere ritenute responsabili nei tribunali britannici per i danni causati dalle loro attività all’estero.
Da allora il panorama è cambiato. Nel solo 2025 sono state presentate 249 nuove cause climatiche nel mondo, portando il totale a più di 3.600 casi dal 1986, secondo il rapporto Global Trends in Climate Change Litigation pubblicato dal Grantham Research Institute della London School of Economics. Le aule di tribunale stanno diventando uno degli spazi più concreti per chiedere conto alle imprese, e la mossa dei quattro agricoltori si inserisce in questa tendenza.
Intanto l’oleodotto va avanti. A dicembre 2025 il 79% dei lavori era completato, e le prime esportazioni di greggio sono previste per ottobre 2026. Un dettaglio tutt’altro che secondario: EACOP ha annunciato solo 755 milioni di dollari in finanziamenti di debito, molto meno dei 3 miliardi che i promotori avevano chiesto in origine. La campagna internazionale che ha mobilitato grandi banche e assicuratori contro il progetto ha fatto breccia, anche se non è riuscita a fermarlo del tutto. E ora arrivano i tribunali.
Cosa significa per noi
Cosa c’entra tutto questo con chi vive a migliaia di chilometri di distanza? Molto, in realtà. Quando un tribunale britannico accetta di esaminare se una società ha violato le leggi ugandesi, sta dicendo che la responsabilità non si ferma ai confini nazionali. Significa che un’azienda con sede a Londra o con attività registrate nel Regno Unito può essere chiamata a rispondere anche per ciò che accade dall’altra parte del mondo.
Per il lettore comune, la lezione è meno astratta di quanto sembri. Ogni volta che accendiamo la luce o facciamo il pieno, ci colleghiamo a una rete globale di estrazione e trasporto che ha costi umani e ambientali reali. Non serve diventare attivisti per fare qualcosa: basta informarsi, capire da dove arriva l’energia che consumiamo, e ricordarsi che esistono strumenti — come il diritto — che possono riequilibrare rapporti di forza altrimenti schiaccianti. La causa dei quattro agricoltori non è ancora vinta, ma esiste. E già questo sposta il confine.
Quando un tribunale riconosce i diritti di chi non ha voce, tutti noi guadagniamo qualcosa. La prossima volta che accendiamo la luce, forse possiamo chiederci: da dove viene questa energia? E a quale costo?




