All’Africa servono 400 miliardi all’anno per perdite e danni climatici mai coperti

Il numero è talmente grande da sembrare astratto. Quattrocento miliardi di dollari, ogni anno: è il fabbisogno finanziario per perdite e danni che rimane scoperto, mentre il continente che meno ha contribuito a creare la crisi climatica ne subisce le conseguenze più violente. La scorsa settimana, il 7 luglio, l’Unione Africana ha rilanciato l’allarme con un appuntamento che ha riunito ad Addis Abeba il presidente della Commissione AU Mahmoud Ali Youssouf e il presidente designato della COP30, il brasiliano André Aranha Corrêa do Lago. Al centro del colloquio, la richiesta di azioni urgenti per colmare il divario tra gli impegni climatici globali e la loro attuazione. Ma se i soldi non arrivano, a cosa servono le parole?

400 miliardi di motivi per essere scettici

Partiamo dal dato. Gli impegni finanziari assunti alla COP29 di fine 2024 restano ampiamente al di sotto dei 400 miliardi di dollari necessari ogni anno per coprire le perdite e i danni provocati dal cambiamento climatico. Non è una stima generica: già nel novembre 2024 il divario era misurabile, e da allora non si è colmato. Nel solo continente africano, il fabbisogno cumulativo fino al 2030 oscilla tra 290 e 440 miliardi di dollari: una forchetta che da sola basterebbe a finanziare per sei anni un meccanismo di compensazione degno di questo nome, e che invece resta in gran parte sulla carta.

Chi paga il prezzo più alto è anche chi ha inciso meno sulle cause del problema. Secondo il segretario generale dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale, Petteri Taalas, l’Africa è responsabile di meno del 10% delle emissioni globali di gas serra, ma è al tempo stesso il continente meno attrezzato per affrontare gli impatti del riscaldamento globale. È uno squilibrio noto da anni, che i vertici diplomatici continuano a riconoscere senza però tradurlo in impegni vincolanti. Alla COP30 di Belém, lo scorso novembre, si è fissato un obiettivo complessivo di 1,3 trilioni di dollari per i finanziamenti climatici e si è concordato di triplicare i fondi destinati all’adattamento. Cifre imponenti, che però restano un bersaglio astratto finché non si specifica chi paga, quando e con quali meccanismi di verifica.

La diplomazia si muove (ma i soldi no)

Eppure, la macchina diplomatica non si ferma. La visita di cortesia di Corrêa do Lago a Youssouf, la scorsa settimana, è l’ultimo tassello di un’attività che nei prossimi mesi promette di intensificarsi. La presidenza brasiliana della COP30 ha annunciato che entro la fine del 2026 svelerà tre roadmap attuative: una dedicata alla transizione dai combustibili fossili, una alla lotta contro la deforestazione e una terza pensata per tradurre in azioni concrete gli impegni climatici fin qui sottoscritti. L’intenzione è chiara: smettere di accumulare dichiarazioni d’intenti e cominciare a costruire percorsi misurabili.

Il paradosso è che queste roadmap rischiano di riprodurre lo stesso schema che vorrebbero superare. Senza un meccanismo di finanziamento certo, qualsiasi piano di implementazione resta un esercizio retorico. L’Unione Africana, nel comunicato diffuso dopo l’incontro, ha ribadito che i paesi africani continuano a subire gli effetti peggiori del cambiamento climatico nonostante contribuiscano in misura minima alle emissioni globali. È un riconoscimento che arriva puntuale prima di ogni conferenza sul clima, ma che non si è mai trasformato in un flusso di risorse adeguato. La domanda, a questo punto, è se le tre roadmap di Belém riusciranno a spezzare questa dinamica o se resteranno l’ennesimo documento destinato a prendere polvere.

L’Africa prende il timone: la COP32 in Etiopia

Forse la risposta arriverà dall’Africa stessa. Nel 2027, per la prima volta dopo sedici anni, un paese dell’Africa subsahariana ospiterà la conferenza delle Nazioni Unite sul clima. L’Etiopia ha battuto la Nigeria nella competizione per aggiudicarsi la COP32, e la scelta non è stata letta solo come un premio alla diplomazia di Addis Abeba: è un segnale politico che riconosce il peso crescente del continente nei negoziati globali.

La posta in gioco è altissima. Ospitare la COP32 significa per l’Etiopia — e per l’Unione Africana nel suo complesso — avere la possibilità di dettare l’agenda su un tavolo dove finora il continente è stato più oggetto che soggetto. Significa portare al centro del dibattito la questione del fondo per perdite e danni, i 400 miliardi annuali che mancano all’appello e la forbice da 290-440 miliardi che l’Africa dovrà comunque trovare entro il 2030. I numeri sono già tutti scritti, e non saranno certo le roadmap brasiliane a cambiarli se non saranno accompagnate da impegni finanziari vincolanti.

Il conto alla rovescia è iniziato. Tra oggi e la COP32 in Etiopia passeranno circa diciotto mesi: il tempo per capire se l’attivismo diplomatico degli ultimi mesi è il preludio a un cambio di passo o solo la preparazione di un’altra fotografia di famiglia. I 290-440 miliardi di dollari che servono all’Africa entro il 2030 non sono una variabile indipendente: sono il test di credibilità dell’intero sistema multilaterale sul clima. Se la conferenza di Addis Abeba non riuscirà a incardinare un meccanismo di finanziamento stabile, prevedibile e adeguato, la distanza tra le promesse e la realtà — quei quattrocento miliardi all’anno che oggi mancano — continuerà a essere l’unico numero che conta davvero.