In un sito siciliano con suoli chiari e alta insolazione, il guadagno energetico è significativo

Dietro la taglia record dell’impianto Fénix c’è un dettaglio tecnico che cambia le regole: 413.000 moduli bifacciali, capaci di catturare la luce su entrambi i lati. Inaugurato lo scorso 25 giugno in Sicilia, l’impianto Fénix da 243 MW di Iberdrola è il più grande parco fotovoltaico mai realizzato in Italia. Un progetto atteso da tempo: già nel febbraio 2024, quando Iberdrola annunciò l’avvio dei lavori per marzo, era chiaro che Fénix avrebbe segnato un passaggio inedito nel panorama energetico italiano, come il più grande impianto fotovoltaico in costruzione nel Paese. Ora che è entrato in esercizio, i numeri confermano le attese — ma è l’architettura tecnica a meritare uno sguardo ravvicinato.

Doppia faccia, doppia resa

Il cuore tecnologico di Fénix sta nella scelta progettuale più importante: i moduli bifacciali. A differenza dei pannelli tradizionali, che catturano la radiazione solare solo sul lato frontale, questi moduli assorbono luce anche sul retro, sfruttando la componente riflessa dal terreno — l’albedo. In un sito come quello siciliano, con suoli chiari e alta insolazione, il guadagno non è marginale. I 413.000 moduli distribuiti sull’impianto lavorano ininterrottamente su entrambe le superfici, traducendo ogni fotone disponibile in corrente.

Il risultato è una macchina da quasi 400.000 MWh all’anno. Per dare una misura concreta: è energia sufficiente a coprire il consumo equivalente di oltre 140.000 abitazioni. Non è solo una cifra da primato: è la dimostrazione che la tecnologia bifacciale, quando abbinata a un irraggiamento favorevole e a pratiche di installazione che ottimizzano la riflessione al suolo, sposta in alto l’asticella della producibilità. Ogni modulo produce di più, e su 413.000 unità il differenziale si trasforma in decine di migliaia di megawattora aggiuntivi. Ma la tecnologia da sola non basta: è la scala a fare di Fénix un punto di svolta.

Dal record laziale alla sfida siciliana

Quella resa record si moltiplica su una scala mai vista in Italia. Fino a poche settimane fa, il primato nazionale apparteneva a un impianto da 170 MW situato a Viterbo, nel Lazio. Fénix lo supera di quasi il 50%: 243 MW contro 170, un salto dimensionale che non è solo incrementale.
È il passaggio da progetti che occupano qualche centinaio di ettari a impianti che iniziano a pesare davvero sul mix di generazione nazionale.

Il contesto lo richiede. L’Italia ha ormai superato i 40 GW di capacità solare installata e punta a raddoppiare quella cifra entro il 2030, in linea con il piano nazionale per l’energia e il clima. Servono progetti grandi, veloci da costruire e capaci di immettere volumi significativi in rete. Fénix mostra che si può fare, ma un impianto così esteso solleva una domanda inevitabile: che impatto ha sul territorio che lo ospita?

Dove il deserto diventa risorsa

La risposta è in controtendenza. Secondo Iberdrola, il progetto è stato costruito su terreni colpiti da processi di desertificazione. Non suolo agricolo sottratto alle colture, ma aree marginali che stavano perdendo fertilità. È una scelta di localizzazione che rovescia la narrazione abituale sul conflitto tra rinnovabili e uso del suolo: qui l’impianto non compete con l’agricoltura, occupa spazi che stavano diventando improduttivi.

E non è tutto. Le misure di mitigazione e compensazione ambientale coprono circa 400 ettari e comprendono un sistema di gestione sostenibile delle acque piovane e la piantumazione di circa 60.000 piante autoctone. Non un semplice schermo verde perimetrale, ma un intervento esteso di ripristino della vegetazione locale. Suoli impoveriti che ospitano moduli fotovoltaici e, tra una fila e l’altra, specie native che tornano a radicare: è l’immagine di una convivenza possibile tra produzione energetica e rigenerazione ambientale.

Per chi progetta e installa grandi impianti, Fénix indica una direzione precisa. Cercare terreni marginali, non suolo agricolo, e integrare misure di ripristino ambientale non è un accessorio negoziabile: è il modo in cui il solare utility-scale può continuare a crescere senza innescare resistenze locali. Con 40 GW già installati e l’obiettivo di arrivare a 80 entro il 2030, la superficie necessaria aumenterà. La lezione siciliana è che la scelta del sito non è una variabile secondaria: è il fattore che decide se un impianto sarà percepito come un’opportunità o come un’occupazione.

Fénix non è solo un primato di potenza: è il laboratorio che mostra come il solare utility-scale possa diventare motore di recupero ambientale. Per il settore, la strada è tracciata: moduli bifacciali per spremere ogni ora di sole disponibile, e una selezione accurata dei siti che trasformi un vincolo — i terreni degradati — in una risorsa progettuale.