L’elettrolizzatore da 1 MW è già in funzione, alimentato da idroelettrico e fotovoltaico locale
Hanno acceso l’elettrolizzatore lo scorso 30 giugno, nello stabilimento di Cogne Acciai Speciali, ad Aosta. L’idrogeno verde — prodotto separando l’acqua grazie all’energia elettrica da fonti rinnovabili — da due settimane alimenta uno dei primi impianti italiani per idrogeno verde al servizio della siderurgia. Nel frattempo, a Salzgitter, in Bassa Sassonia, il progetto da 2,5 miliardi di euro per l’acciaio verde è in stand-by almeno fino al 2028. Come si spiega questo paradosso? Da un lato c’è un’azienda di nicchia che chiude il cerchio tra rinnovabili, idrogeno e manifattura. Dall’altro uno dei colossi europei che, dopo aver annunciato la svolta, ha messo tutto in pausa. La transizione industriale esiste. Solo che non va alla stessa velocità per tutti.
L’impianto valdostano funziona con un mix energetico pensato per essere il più autonomo possibile: da una parte la produzione idroelettrica collegata alla Dora Baltea, dall’altra un impianto fotovoltaico installato direttamente sulle coperture dello stabilimento. L’investimento è sostenuto anche da fondi europei NextGenerationEU, arrivati tramite la Regione Valle d’Aosta. Non è un esperimento da laboratorio: è un’acciaieria energivora che prova a diventare un modello di transizione applicata, senza aspettare che qualcun altro faccia la prima mossa.
L’innovatore di Aosta
L’elettrolizzatore in funzione ad Aosta è un AEM Nexus 1000 da 1 MW prodotto da Enapter, un’azienda tedesca che sta spingendo molto sulla tecnologia a membrana a scambio anionico. La taglia è contenuta, ma il segnale è chiaro: l’idrogeno verde può entrare nei processi siderurgici senza rivoluzionare l’intero impianto, integrandosi passo dopo passo. Massimiliano Burelli, amministratore delegato di Cogne Acciai Speciali, l’ha definito «un esempio virtuoso di integrazione tra produzione di energia rinnovabile e utilizzo dell’idrogeno nei processi manifatturieri». Parole misurate, da manager che sa quanto pesa ogni kilowattora in un settore dove i margini si misurano sui costi energetici.
Qui sta il punto. Cogne non ha risolto il problema della decarbonizzazione dell’acciaio — ci mancherebbe. Ha dimostrato che una soluzione parziale, modulare, finanziata con fondi pubblici ben indirizzati, può funzionare. E l’ha fatto in una valle alpina, sfruttando risorse che erano già lì: l’acqua del fiume, i tetti degli stabilimenti, una rete elettrica che da decenni dialoga con le centrali idroelettriche. Non serve trasferire la produzione in Scandinavia o attendere l’arrivo di un’infrastruttura europea dell’idrogeno che, al momento, esiste più nei documenti di programmazione che nei cantieri.
Il gigante che frena
A Salzgitter, il colosso tedesco dell’acciaio, il futuro verde è in stand-by. Il progetto Salcos da 2,5 miliardi di euro è stato posticipato di tre anni, con le prossime fasi rinviate almeno al 2028-2029. La decisione risale al settembre 2024 — sono passati quasi due anni — e da allora il silenzio è stato rotto più da comunicati cauti che da nuove assegnazioni di appalti. Salcos doveva essere il fiore all’occhiello della siderurgia verde tedesca: riduzione diretta del minerale con idrogeno al posto del carbone, forni elettrici alimentati da rinnovabili, un taglio drastico delle emissioni. Numeri importanti, promesse importanti. Poi è arrivato il rinvio.
Le ragioni ufficiali parlano di costi dell’energia, incertezza normativa, ritardi nella disponibilità di idrogeno verde a prezzi competitivi. Tutto vero. Ma c’è un problema più strutturale: i grandi player siderurgici europei — Salzgitter, Thyssenkrupp, ArcelorMittal — si muovono in un perimetro regolatorio e finanziario che rende ogni investimento da miliardi una scommessa ad altissimo rischio. Gli aiuti di Stato autorizzati da Bruxelles arrivano dopo negoziati lunghissimi. I contratti per la fornitura di idrogeno verde sono ancora pochi e cari. E il prezzo della CO2 nell’ETS, da solo, non basta a spostare la convenienza economica. Risultato: chi può permetterselo aspetta. Chi non può, come Cogne, si arrangia e trova una via più stretta ma praticabile.
Il paradosso europeo
Il fiume Dora Baltea che oggi alimenta l’elettrolizzatore di Cogne è lo stesso che all’inizio del Novecento convinse l’imprenditore belga Charles van der Straten Pontoz a fondare la Società Miniere di Cogne e a costruire un impianto siderurgico strategicamente vicino alle materie prime e all’energia idroelettrica. La storia si ripete, ma con una differenza sostanziale: allora bastava seguire le risorse naturali. Oggi servono anche una politica industriale coerente e la capacità di mettere d’accordo pionieri e giganti.
Ed è qui che il paradosso europeo si fa evidente. I fondi NextGenerationEU e il PNRR finanziano progetti come quello di Cogne — relativamente piccoli, ben circoscritti, con tempi di realizzazione rapidi. Ma senza i grandi player la decarbonizzazione dell’acciaio resterà un miraggio: i numeri della siderurgia europea si fanno a Duisburg, a Dunkerque, a Taranto, non in una vallata alpina. L’Europa che finanzia i pionieri ma attende invano che i giganti si muovano si trova davanti a un bivio. Da un lato può continuare a sostenere progetti dimostrativi, sperando che facciano da apripista. Dall’altro deve affrontare il nodo politico: chi paga il dislivello di competitività tra acciaio verde e acciaio tradizionale mentre l’infrastruttura dell’idrogeno non esiste ancora su scala continentale?
L’acciaio verde è possibile, ma forse non per tutti. Mentre la Valle d’Aosta scrive una pagina concreta di transizione industriale, l’Europa aspetta che i giganti si muovano. E intanto il tempo stringe. Cosa succederà nei prossimi cinque anni? Dipenderà da quanto i governi — e Bruxelles — saranno disposti a mettere sul tavolo non solo fondi, ma anche regole chiare, prezzi garantiti e una rete di trasporto dell’idrogeno che oggi, sulle mappe, è ancora tratteggiata.




