Nel mirino 360 milioni di tonnellate di scorie tossiche da scaricare nel Triangolo dei Coralli
Ogni mattina, prima dell’alba, i pescatori del Golfo di Huon gettano le reti nelle acque che da generazioni danno vita alle loro famiglie. Sotto la superficie, però, si agita un pericolo invisibile. Il progetto della miniera Wafi-Golpu, nella provincia di Morobe in Papua Nuova Guinea, prevede di scaricare in quelle stesse acque circa 360 milioni di tonnellate di scorie tossiche nell’arco di 28 anni. A rivelarlo è un’inchiesta di Jubilee Australia, che ha acceso i riflettori su uno dei progetti minerari più contestati del Pacifico.
Un mare di veleni
Ecco cosa si nasconde dietro quella bonaccia apparente. Lo sviluppo della miniera costerà 4,5 miliardi di dollari, ma il prezzo ambientale rischia di essere molto più alto. I 360 milioni di tonnellate di sterili che finirebbero in mare non sono roccia inerte: secondo il rapporto, conterranno quantità sconosciute di metalli pesanti — arsenico, piombo, nichel, mercurio e zinco — destinate ad accumularsi nella catena alimentare marina. Sostanze che, una volta disperse, non si possono recuperare.
C’è un dettaglio che rende la situazione ancora più preoccupante. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, lo scarico non avverrebbe in fosse oceaniche profonde, ma a circa 200 metri di profondità, in una zona dove la luce solare ancora penetra e dove si concentra gran parte della vita marina. L’area interessata è il Triangolo dei Coralli, uno degli ambienti con la maggiore biodiversità del pianeta. Secondo un rapporto di Mongabay, circa 400.000 persone nella regione dipendono direttamente dalle risorse del mare per il loro sostentamento: famiglie di pescatori, piccoli commercianti, comunità costiere che dal mare traggono cibo e reddito quotidiano. Per loro, la miniera non è una voce lontana nei bilanci statali, ma una minaccia concreta alla sopravvivenza.
Il labirinto dei permessi e delle promesse
Dalle reti dei pescatori alle carte dei tribunali, la posta in gioco si fa politica. Il permesso ambientale per la miniera Wafi-Golpu è stato rilasciato il 18 dicembre 2020 dalla Conservation and Environment Protection Authority (CEPA), l’ente ambientale della Papua Nuova Guinea. Da allora, però, la validità di quel permesso è stata messa in discussione. L’udienza presso la Corte Nazionale di Waigani si è tenuta lo scorso 12 giugno 2025, e la Corte Suprema del Paese ha emesso una decisione proprio in quella data, dopo una serie di rinvii che avevano tenuto con il fiato sospeso sia le comunità locali sia gli investitori.
Nel frattempo, il governo della Papua Nuova Guinea, guidato dal primo ministro James Marape, sta spingendo per ottenere almeno il 55% dei benefici dallo sviluppo della miniera. Le trattative, stando a fonti governative, sono in fase finale, con solo tre questioni chiave ancora da risolvere. Ma la domanda che serpeggia tra i villaggi costieri è semplice: benefici per chi? Il paradosso è sotto gli occhi di tutti: mentre lo Stato conta le percentuali di un accordo miliardario, le comunità che sopporteranno il costo ambientale rischiano di restare a mani vuote.
La partita non è solo locale. Lo scorso aprile 2026, il colosso minerario Newmont ha aggiornato il proprio documento di gestione dei residui, riconoscendo lo scarico di materiali in mare come una pratica distinta, regolata da standard separati. È un riconoscimento implicito della delicatezza del tema, in un Paese che già ospita sei delle sette miniere — esistenti o proposte — che al mondo scaricano rifiuti nell’oceano, secondo un rapporto di Jubilee Australia. E non è una pratica improvvisata: già nel novembre 2017, la Wafi-Golpu Joint Venture aveva presentato ai membri del parlamento della provincia di Morobe un aggiornamento sul Deep Sea Tailings Placement, il sistema di smaltimento sottomarino che sta oggi al centro delle controversie.
Cosa resta a chi vive di mare
Mentre a Port Moresby si contano i miliardi, nel Golfo di Huon si contano i pesci rimasti. Per le comunità costiere, il calcolo è molto più concreto: se il progetto andrà avanti come previsto, per 28 anni le acque da cui dipendono riceveranno un carico continuo di metalli pesanti. La pesca, unica fonte di reddito per decine di migliaia di famiglie, rischia di diventare un ricordo. Cosa possono aspettarsi, a questo punto, le persone che da generazioni vivono di quel mare? E chi ascolterà la loro voce, quando i permessi saranno tutti firmati e le draghe cominceranno a scavare?
Per le 400.000 persone che dipendono dal Golfo di Huon, la speranza è appesa a un filo sottile: la pressione internazionale e la trasparenza delle imprese potrebbero ancora fare la differenza. Loro, intanto, continuano a chiedere solo di poter vivere del proprio mare.




