Il paese ha lanciato il National Plastic Action Partnership per trasformare i rifiuti in risorsa economica

Mungai spinge il suo carretto tra le strade di Nairobi da tre anni. Ogni giorno lo riempie di bottiglie di plastica, e ogni giorno ne trova più del giorno prima. Le raccoglie, le vende a intermediari che le rivendono ai riciclatori. Il suo lavoro è la prova vivente di un paradosso: il Kenya è stato tra i primi paesi al mondo a vietare i sacchetti di plastica monouso, ma la plastica continua a invadere strade, fiumi e discariche abusive. Il carretto di Mungai è pieno, ma il suo futuro è rimasto vuoto. Forse ora qualcosa può cambiare.

Strade di plastica

Il Kenya ha introdotto un divieto sui sacchetti di plastica monouso ormai quasi dieci anni fa, nel 2017. La mossa fu salutata come una delle più severe al mondo, con multe salatissime e persino il rischio di carcere per chi veniva sorpreso a produrre o vendere i vecchi sacchetti. Più di sei anni fa, il 5 giugno 2020, è entrato in vigore anche un divieto nelle aree protette, che ha esteso lo stop a bottiglie, posate e altri oggetti monouso nei parchi nazionali e sulle spiagge.

Eppure, chiunque cammini per Nairobi o Mombasa vede con i propri occhi che il problema non è scomparso. I divieti hanno funzionato in parte: le borse di plastica sono molto meno diffuse di un tempo, ma altri rifiuti plastici continuano a moltiplicarsi. Il motivo è semplice: vietare è più facile che costruire un sistema che funzioni davvero. Senza una rete di raccolta efficiente, senza impianti di riciclaggio diffusi e senza un mercato che renda conveniente recuperare la plastica, i rifiuti trovano sempre una strada per tornare nell’ambiente. E chi come Mungai ci lavora ogni giorno resta intrappolato in un’economia informale fatta di pochi spiccioli e nessuna tutela.

Dal divieto all’opportunità

La risposta a questo cortocircuito è arrivata la scorsa settimana da Mombasa, durante la conferenza Our Ocean. Il Kenya ha lanciato formalmente il National Plastic Action Partnership (NPAP), un’iniziativa costruita insieme al Global Plastic Action Partnership (GPAP) del World Economic Forum. Il (GPAP) era nato già nel 2018 proprio per affrontare il nodo che il Kenya conosce bene: non basta vietare, serve un ecosistema che trasformi i rifiuti in risorsa. Il modello del National Plastic Action Partnership è già attivo in diversi paesi e punta a mettere attorno allo stesso tavolo governi, aziende, organizzazioni internazionali e lavoratori informali.

Il Kenya aveva aderito al GPAP nel gennaio 2025, e ora con il NPAP nazionale prova a fare un passo in più: colmare la distanza tra le leggi scritte sulla carta e quello che succede per strada. L’obiettivo dichiarato è migliorare l’attuazione delle politiche, a partire dalle normative sulla responsabilità estesa del produttore (EPR) che il Kenya ha già approvato. In pratica, si tratta di obbligare chi produce e vende imballaggi a farsi carico del loro fine vita, finanziando la raccolta e il riciclaggio. Sulla carta è già legge, ma senza un coordinamento tra imprese, municipalità e riciclatori resta lettera morta. Il NPAP serve esattamente a questo: trasformare un obbligo teorico in un meccanismo che giri da solo.

Le cifre in ballo sono enormi. Una transizione giusta verso un’economia circolare potrebbe generare fino a 11 milioni di posti di lavoro in Africa e un’opportunità di mercato da 546 miliardi di dollari l’anno (circa 490 miliardi di euro) entro il 2030, secondo le stime condivise dal Global Plastic Action Partnership. Per il Kenya, che ha un’economia in crescita ma una disoccupazione giovanile altissima, significa che il settore dei rifiuti potrebbe diventare molto più di un ripiego per chi non trova altro: potrebbe trasformarsi in un’industria vera, con competenze, stipendi e contratti. Non si tratta di chiudere fabbriche o vietare prodotti, ma di far sì che ogni bottiglia raccolta da Mungai valga di più, perché c’è una filiera strutturata pronta a pagarla.

Cosa conviene fare

Per i cittadini, la direzione è già tracciata. I divieti ci sono e restano, ma il punto non è più solo evitare una multa. Conviene iniziare a separare i rifiuti di plastica in casa, perché nei prossimi mesi la raccolta differenziata sarà estesa e rafforzata in diverse contee. Per chi lavora nel settore informale, come Mungai e migliaia di altri raccoglitori, il NPAP apre la possibilità di essere riconosciuti come parte del sistema: cooperative, registrazione, accesso a prezzi minimi garantiti. Non succederà dall’oggi al domani, ma il percorso è questo.

Per le imprese, il calcolo è ancora più concreto. Le normative sulla responsabilità estesa del produttore imporranno a chi immette imballaggi sul mercato di contribuire ai costi della loro gestione. Chi si muove prima, ridisegnando gli imballaggi per renderli riciclabili o alleandosi con i consorzi di recupero, avrà costi di adeguamento più bassi e un vantaggio competitivo quando le regole diventeranno stringenti. Aspettare l’ultimo momento, come è successo con i sacchetti di plastica nel 2017, significa pagare di più e con meno margine di manovra. Non serve essere ambientalisti per capirlo: è una questione di convenienza economica.

Il cambiamento non sarà immediato, e i divieti da soli hanno già mostrato i loro limiti. Ma la combinazione tra regole più chiare, un coordinamento internazionale e un mercato che inizia a pagare il materiale riciclato sta spostando l’equilibrio. L’economia circolare in Kenya non è più solo uno slogan: sta diventando il terreno su cui si giocherà la prossima partita del lavoro e dell’innovazione. Conviene attrezzarsi.