La discarica di Suwung doveva chiudere a dicembre 2025, ma è stata rinviata più volte fino ad agosto 2026
Agosto 2026: l’ennesima scadenza per la discarica di Suwung. Ma a Bali si contano già i giorni di una crisi che nessun rinvio può nascondere.
La scadenza infinita
La chiusura di Suwung, come documentato da Inside Climate News, è diventata una promessa a scadenza variabile. Doveva avvenire a dicembre 2025, poi si è spostata a febbraio 2026, poi ad aprile e ora, secondo l’analisi pubblicata da The Diplomat, al 1° agosto 2026. A metà luglio mancano poche settimane, eppure sull’isola nessuno scommette che sarà l’ultima data.
I numeri, del resto, non lasciano scampo. Circa il 65 per cento dei rifiuti prodotti sull’isola è costituito da scarti organici. Significa che ogni giorno centinaia di tonnellate di avanzi, foglie e residui alimentari finiscono in una discarica che non ha mai avuto gli impianti per compostarli o trattarli in modo decente. E il carico cresce con il turismo: secondo la National Research and Innovation Agency (BRIN), le attività turistiche generano da tre a cinque volte più rifiuti delle famiglie. È un moltiplicatore che trasforma ogni visitatore in un piccolo moltiplicatore di emergenza.
In questo contesto, la percezione della corruzione non è un dettaglio accessorio. L’Indonesia si colloca al 109° posto su 182 paesi nell’indice di percezione della corruzione di Transparency International. Quando una discarica viene chiusa e riaperta a colpi di proroghe, mentre gli appalti per i nuovi impianti si trascinano, il sospetto che dietro i rinvii ci sia molto più di un ritardo tecnico diventa difficile da ignorare.
Il sistema che non c’è
Bali non ha le infrastrutture per gestire le oltre 1.000 tonnellate di rifiuti che produce ogni giorno. Non si tratta solo di una discarica al collasso: mancano centri di compostaggio, impianti di selezione, reti di raccolta differenziata. La crisi dei rifiuti a Bali è sistemica, come ha spiegato il ricercatore del BRIN Reza Cordova in un approfondimento sullo Straits Times: cattiva differenziazione, abitudini di smaltimento mai cambiate e un’infrastruttura frammentata e priva di integrazione. Ogni rinvio della chiusura di Suwung non risolve nulla, perché i rifiuti continuano ad arrivare e la capacità di assorbirli è già esaurita da anni.
Gary Bencheghib, attivista ambientale che monitora da tempo l’inquinamento dell’isola, ha descritto la situazione come «un periodo senza precedenti» in un’intervista alla ABC. Le immagini di spiagge invase dalla plastica, di fiumi trasformati in discariche a cielo aperto e di inceneritori artigianali accesi nei villaggi non sono più un’eccezione stagionale: sono la quotidianità di un’isola che vive di turismo e che dal turismo viene soffocata.
Il paragone con Phuket aiuta a capire la scala del problema. Entro la fine del 2025, l’isola thailandese poteva arrivare a produrre fino a 1.400 tonnellate di rifiuti al giorno, come riportato da un reportage dello Straits Times. Le autorità locali hanno annunciato piani per ridurre la produzione di rifiuti del 15 per cento in sei mesi, espandere la discarica esistente e costruire un nuovo inceneritore. Sulla carta sono misure razionali, ma a Bali mancano persino quelle: il piano per un inceneritore è in discussione da anni, e la riduzione dei rifiuti resta un obiettivo senza scadenze né strumenti. Intanto i turisti continuano ad arrivare, e con loro quintali di plastica, imballaggi e scarti di ristorazione che il sistema non riesce a intercettare.
Cosa resta aperto
Non è la prima volta che Bali promette di ripulirsi. Già il 30 settembre 2022 il governo provinciale lanciò l’iniziativa Bersih Sampah Plastik, una pulizia simbolica in tutta l’isola con il coinvolgimento di istituzioni e comunità. A distanza di quattro anni, quel gesto somiglia più a un rito che a una strategia. La plastica non è diminuita, le abitudini non sono cambiate e la discarica di Suwung è ancora lì, rinviata ma mai davvero superata.
Mentre la nuova scadenza si avvicina, Bali resta sospesa tra l’urgenza di agire e la consapevolezza che senza un cambiamento strutturale ogni rinvio sarà soltanto l’inizio di un’altra attesa. E la domanda, dopo anni di annunci, è se qualcuno sull’isola abbia ancora la credibilità per pretendere di essere creduto.




