Il biochar prodotto dai rifiuti verdi urbani fissa il carbonio in forma stabile per secoli

Ogni tonnellata di biochar prodotta dai rami potati delle città è in grado di sequestrare 1,62 tonnellate di CO₂ equivalente, secondo uno studio pubblicato su Nature. A Rio de Janeiro, un esperimento condotto lo scorso giugno ha trasformato una tonnellata esatta di rifiuti verdi in circa 300 chili di questo materiale. Ad annunciarlo è stato l’Ivig/Coppe, l’Instituto Virtual Internacional de Mudanças Globais dell’Università Federale di Rio de Janeiro (UFRJ), che ha guidato i test insieme alla società municipale di gestione rifiuti COMLURB. Un dato che, a prima vista, sembra una curiosità da laboratorio. Ma che, se moltiplicato per la quantità di scarti verdi che le città del mondo producono ogni anno – stima lo stesso studio: 47 chilogrammi pro capite – mostra un potenziale di scala tutt’altro che trascurabile.

La potatura che intrappola il carbonio

La resa osservata a Rio de Janeiro è coerente con il dato di letteratura: da una tonnellata di ramaglie e fronde potate, il reattore ha restituito circa 300 chili di biochar e una quota di olio pirolitico che i ricercatori stanno ancora valutando. I volumi assoluti sono modesti – l’equivalente di una tonnellata di rifiuti solidi urbani è all’incirca la produzione quotidiana di mille brasiliani, stando alla media nazionale – ma il pilota non serviva a produrre volumi, bensì a verificare che la catena funzioni con materiale reale raccolto in strada, senza alcuna selezione preventiva.

Tutto questo accade in un Paese che, come spiegava già a fine 2025 il coordinatore del progetto Marcos Aurélio de Freitas, «tratta molto poco i rifiuti». Non solo: il Brasile produce in media circa un chilogrammo di spazzatura per abitante al giorno. Dentro questo flusso, la frazione vegetale occupa una quota rilevante, e finisce quasi sempre in discarica o peggio, abbandonata a decomporsi rilascio di metano. Dirottarne una parte verso un impianto di pirolisi significa non soltanto evitare quelle emissioni, ma fissare carbonio in una forma stabile per secoli.

Nel reattore dei miracoli

I risultati di giugno non sono piovuti dal nulla. Risalgono allo scorso dicembre 2025, quando l’UFRJ aveva inaugurato il nuovo laboratorio di pirolisi su scala semi-industriale nella Cidade Universitária di Rio. Dentro quel capannone c’è uno dei più grandi reattori di pirolisi mai installati in un centro di ricerca sudamericano: 18 tonnellate di acciaio e componenti, importato dalla Cina. Non era stato progettato solo per i rami. Lo stesso Marcos Aurélio de Freitas aveva chiarito la filosofia del laboratorio: «Quello che facciamo qui è prendere ciò che non ha valore economico, come la plastica che avanza dopo la raccolta differenziata o i rifiuti galleggianti della Baia di Guanabara, e trasformarlo in prodotti utili». Fertilizzanti, energia, persino vetro. Il biochar da potatura urbana è solo l’ultima voce di un catalogo più ampio, ma forse quella con il rapporto più immediato tra costo di raccolta e beneficio climatico.

L’esperimento su scala così ridotta non risponde ancora alle domande che contano per un investitore: qual è il costo di produzione per tonnellata di biochar? E a quale prezzo di mercato della CO₂ sequestrata l’operazione diventerebbe economica? Su questo, a Rio de Janeiro, nessuno si sbilancia. Ma il fatto che l’impianto sia stato acceso proprio con rifiuti urbani – e non con biomasse agricole dedicate, più facili da standardizzare – indica una direzione. I rifiuti verdi sono già raccolti, già trasportati, già pagati con fondi pubblici. Il costo marginale di intercettarli per la pirolisi è più basso di quanto sembri.

La California accelera

Mentre in Brasile si lavora sulle prime tonnellate, a Vallejo, in California, un’azienda privata ha già messo in strada qualcosa di più vicino a un modello industriale. A Plus Tree, attiva nella gestione del verde urbano, ha lanciato un’unità avanzata di pirolisi espressamente dedicata ai rifiuti legnosi delle città. Non più un reattore da centro di ricerca, ma un impianto pensato per processare volumi continui. Il fatto che nasca negli Stati Uniti, e non in Brasile, dice poco sulla tecnologia e molto sul ritmo di adozione che i due emisferi stanno tenendo. In California esistono già crediti di carbonio negoziabili legati al biochar, esiste un mercato volontario che prezza la tonnellata di CO₂ sequestrata, ed esistono municipalità disposte a pagare per smaltire ramaglie senza mandarle in discarica. In Brasile tutto questo è ancora in costruzione.

Il biochar da rifiuti urbani non è più una curiosità accademica: è un mercato nascente. Con margini tutti da costruire e catene logistiche da inventare, ma con un flusso di materia prima – i rami che le città potano ogni anno – che è letteralmente infinito e già oggi rappresenta un costo da sostenere. Il dato da tenere d’occhio, nei prossimi due o tre anni, non sarà tanto la produzione globale di biochar, quanto il differenziale di prezzo della tonnellata di CO₂ sequestrata tra un mercato regolamentato come la California e un gigante potenziale come il Brasile. È lì che si deciderà chi trasformerà i rami in quello che, nel gergo dei trader ambientali, già chiamano oro nero.