Un ricercatore palestinese ha documentato per la prima volta la rotta di un esemplare di Mobula mobular
Un viaggio da Gaza alla Spagna
Un giorno del 2025, lo scienziato palestinese Mohammed Abu Daya — con l'aiuto di alcuni pescatori locali — ha fissato una piccola etichetta a un diavolo di mare spinoso al largo della Striscia di Gaza. Quel pesce, un esemplare di Mobula mobular, ha poi attraversato il Mediterraneo, ha raggiunto le coste della Spagna e, dopo qualche tempo, ha invertito la rotta per tornare nel Mar Levantino. Migliaia di chilometri percorsi sott'acqua, documentati per la prima volta grazie a un trasmettitore grande quanto una scatola di fiammiferi. A raccontarlo è un reportage di Mongabay pubblicato nei giorni scorsi.
Una specie in pericolo, una scienza sotto le macerie
Il diavolo di mare spinoso — parente stretto delle più note mante — non se la passa bene. La Lista Rossa IUCN delle specie minacciate lo ha classificato come "Endangered" già nel 2006, e la Convenzione di Barcellona lo ha inserito nell'Annesso II delle specie protette fin dal 2001. Nonostante queste tutele, ogni inverno al largo di Gaza esiste l'unica pesca mirata conosciuta di razze diavolo, che cattura numeri significativi di esemplari. Lo stesso studio di Nature lo conferma: è una pressione costante su una popolazione già fragile.
E qui arriva il paradosso. Perché Gaza, da quasi due anni, è un cumulo di macerie. Lo scorso maggio — come ha raccontato lo stesso Abu Daya in un'intervista rilasciata a Mongabay — la Striscia era «una grande prigione, con due milioni di persone che vivono tra macerie e infrastrutture distrutte». Secondo l'UNESCO, già a settembre 2024 quindici delle ventuno università di Gaza erano state gravemente danneggiate o distrutte. Eppure, in questo scenario, ci sono scienziati di Gaza che continuano a fare ricerca, a pubblicare, a monitorare specie marine. Con pochi mezzi, con blackout elettrici, con la paura quotidiana dei bombardamenti.
Il caso di Abu Daya non è isolato, ma resta eccezionale. Nel 2013, quando un grande branco di diavoli di mare si avvicinò alla costa di Gaza, i pescatori ne catturarono diverse centinaia. Un episodio che avrebbe potuto restare una nota a margine nei registri della pesca locale. Invece ha acceso un interesse scientifico che, più di dieci anni dopo, ha portato a mappare i movimenti di questi animali attraverso tutto il bacino mediterraneo. Conoscere le loro rotte è il primo passo per proteggerli — ammesso che ci siano le condizioni per farlo.
Il mare che ci unisce
Da questa storia emerge una verità scomoda: il mare non conosce confini, ma nemmeno le crisi che li attraversano. Un diavolo di mare taggato a Gaza arriva in Spagna e torna indietro, attraversando acque italiane, acque greche, acque tunisine. La sua sopravvivenza non è un problema che possiamo delegare a un singolo paese o a un gruppo di ricercatori eroici. Riguarda chiunque si affacci sul Mediterraneo — e l'Italia, con i suoi ottomila chilometri di costa, ne è un pezzo importante.
Non serve essere biologi marini per cogliere il punto: se una specie minacciata continua a essere pescata in modo intensivo in un tratto di mare, gli effetti si sentono altrove. E se la ricerca scientifica che potrebbe aiutarci a capire come gestire la situazione viene fatta in mezzo alle bombe, forse dovremmo chiederci cosa possiamo fare, anche da lontano, per sostenerla. Non per eroismo, ma per convenienza.
La prossima volta che nuoterete nel Mediterraneo, ricordate che sotto di voi potrebbero esserci viaggiatori silenziosi come il diavolo di mare spinoso, la cui sopravvivenza dipende anche dalla nostra capacità di fare ricerca, anche dove la ricerca sembra impossibile.




