Il regolamento Ue impone piani nazionali entro settembre 2026, ma mancano fondi e coordinamento

La scorsa settimana il progetto europeo ARTEMIS ha pubblicato un rapporto con 15 raccomandazioni politiche per trasformare il ripristino delle praterie di Posidonia oceanica da progetti pilota isolati a programmi coordinati su larga scala in tutto il Mediterraneo. Il documento arriva mentre i governi dell’Unione stanno ancora scrivendo i Piani Nazionali di Ripristino previsti dal regolamento europeo sul ripristino della natura, che dovranno essere consegnati a Bruxelles a settembre prossimo. E arriva con i numeri che peggiorano: secondo uno studio su Nature, negli ultimi cinquant’anni le praterie di Posidonia hanno perso il 34 per cento della loro superficie; nel solo Golfo di Gabes, dove la scomparsa supera il 90 per cento, i ricercatori hanno calcolato una perdita stimata in 105 milioni di euro all’anno in protezione costiera, immagazzinamento di carbonio e biodiversità svaniti.

Settembre 2026: la scadenza di carta

Il regolamento europeo sul ripristino della natura impone a ciascuno Stato membro di presentare alla Commissione un Piano Nazionale di Ripristino entro settembre 2026. Dentro quei piani dovrebbero esserci obiettivi misurabili, mappe degli interventi necessari e, soprattutto, le risorse per finanziarli. Il rapporto ARTEMIS appena pubblicato arriva in questo vuoto. «Insieme, queste raccomandazioni mirano a trasformare il ripristino delle praterie da progetti pilota isolati in programmi coordinati su larga scala» spiegano gli autori. Le quindici indicazioni puntano a incastrare tre tasselli che finora hanno viaggiato separati: il ripristino ecologico, una governance che tenga insieme autorità locali, nazionale ed europee, e finanziamenti che siano all’altezza della scala del problema.

Il motivo per cui conviene agire lo ricorda lo stesso rapporto: le praterie in salute immagazzinano carbonio, proteggono le coste dall’erosione, danno casa a centinaia di specie e sostengono le economie della pesca e del turismo costiero. Eppure, a meno di tre mesi dalla scadenza, restano più le domande che le risposte. Chi metterà i soldi? Con quali tempi? E soprattutto: basterà un Piano Nazionale scritto a Bruxelles per cambiare quel che succede sui fondali del Mediterraneo?

Il prezzo del declino

A dare una misura del disastro bastano i conti fatti nel Golfo di Gabes. Quando il 90 per cento delle praterie scompare, il danno si trasforma in una voce di bilancio: 105 milioni di euro l’anno che non entrano più nelle economie locali sotto forma di pesca, protezione dalle mareggiate, assorbimento di CO₂. Non sono proiezioni, ma stime basate su dati reali raccolti nel 2014 e rilanciati dalla Commissione europea. Eppure, nonostante la cifra, il meccanismo per finanziare il ripristino su larga scala non esiste. Ioli Christopoulou, policy director di The Green Tank, ha sintetizzato così la situazione a Oceanographic Magazine: le condizioni di governance e finanziamento carenti sono ancora il collo di bottiglia. «Le condizioni di governance e finanziamento necessarie per realizzare il ripristino su scala sono ancora assenti», ha spiegato.

Tradotto: l’Europa ha fissato un obiettivo giuridicamente vincolante con il regolamento sul ripristino della natura, ma non ha ancora creato uno strumento dedicato per pagare i lavori sui fondali. I fondi esistenti – Horizon Europe, LIFE, i programmi Interreg – possono finanziare la ricerca e qualche progetto dimostrativo, non la copertura sistematica che servirebbe per invertire la curva del 34 per cento di perdita. Il paradosso è che ogni anno di attesa costa più di quanto costerebbe agire subito. E a pagare il conto, intanto, sono i pescatori, gli operatori turistici e i comuni costieri che vedono le loro spiagge arretrare.

Consenso scientifico, azione evanescente

Poche settimane prima della pubblicazione di ARTEMIS, un altro gruppo di esperti aveva già messo nero su bianco la stessa urgenza. Ai primi di giugno, l’Alleanza europea per il ripristino delle fanerogame (ESRA) ha pubblicato le ESRA European Seagrass Recommendations 2026, il primo consenso scientifico a livello continentale su come proteggere, monitorare e ripristinare gli habitat di fanerogame in Europa. Oltre cinquanta scienziati provenienti da diciassette paesi hanno firmato il documento, definendo standard comuni per il trapianto, il monitoraggio e la valutazione dei progetti.

Il consenso scientifico è ormai totale. Due iniziative indipendenti, lanciate da reti di ricercatori e finanziate con fondi europei, dicono le stesse cose: serve scala, serve governance, servono soldi. Eppure, le capitali restano per lo più silenziose. I ministeri dell’Ambiente stanno scrivendo i Piani Nazionali, ma senza l’impegno dei ministeri delle Finanze quei piani rischiano di essere l’ennesimo esercizio burocratico. La prova del fuoco saranno i Piani Nazionali di settembre: ennesimo esercizio burocratico o vera svolta?

Il conto della Posidonia è salato e cresce ogni giorno. Se i piani di settembre non saranno seguiti da euro e azioni, a pagare saranno i pescatori, i turisti e le nostre coste.