Il Consorzio CONOU rigenera oli usati dal 1984 con un modello senza fini di lucro
Mentre l’Europa si riempie la bocca di economia circolare, in Italia c’è un settore dove la circolarità è già quasi un dogma: quello degli oli minerali usati. Qui si rigenera il 99% di quanto si raccoglie. Fuori? Solo il 60%. Un divario che non è solo numerico ma di sistema, emerso nei giorni scorsi all’Ecoforum nazionale di Legambiente e raccontato su La Nuova Ecologia. L’Italia è prima in Europa nella gestione degli oli minerali usati, con un tasso di circolarità che sfiora il 100 per cento. Davanti a Stati Uniti, Germania, Francia. Eppure, fuori dai confini, il modello arranca.
Il paradosso del 99%
I numeri sono impietosi. In Italia, secondo il dato del CONOU, circa il 99% degli oli lubrificanti usati raccolti viene rigenerato. In Europa la percentuale crolla al 60%. Non stiamo parlando di un gap marginale: è la differenza che passa tra un’economia che chiude il cerchio e una che lo lascia aperto a metà. «Gli italiani non immaginano che il loro Paese sia di gran lunga più avanzato nella circolarità degli oli minerali anche di Europa e Stati Uniti», ha spiegato Riccardo Piunti, presidente del CONOU, in un’intervista ad Adnkronos.
E la consapevolezza, almeno in Italia, sta crescendo. Un’indagine Ipsos presentata proprio all’Ecoforum rivela che il 73% degli intervistati sa che la dispersione degli oli minerali usati può provocare gravi danni all’ambiente. L’82% considera importanti e vantaggiosi la raccolta e la rigenerazione. Numeri che raccontano di un’opinione pubblica matura, che ha metabolizzato il valore della filiera. Ma la domanda resta: perché il resto d’Europa non segue?
La formula segreta del CONOU
Dietro la fredda statistica si nasconde una storia lunga quarant’anni, fatta di un consorzio senza fini di lucro e di cittadini sempre più consapevoli. Il CONOU raccoglie e rigenera oli minerali usati in Italia dal 1984. In quattro decenni, gli oli destinati alla combustione perché non trattabili sono crollati dal 20% a meno del 2% del totale raccolto. Un’evoluzione tecnica e organizzativa che ha progressivamente strozzato la quota di rifiuto, portando la rigenerazione a diventare la regola e non l’eccezione.
Il segreto, ha spiegato Piunti, sta nella governance: «la circolarità non è affidata solo al libero mercato e al profitto, ma a un Consorzio senza fine di lucro che ogni mattina si sveglia e, pensando alla circolarità, indica la via alle imprese della filiera». Tradotto: in Italia il recupero degli oli usati non è un business qualunque. È un sistema governato da un ente che non deve massimizzare dividendi ma garantire il risultato ambientale. E i numeri gli danno ragione.
A questo si aggiunge un fattore culturale. La conoscenza dei cittadini sull’economia circolare è cresciuta dal 70% al 78% in un anno, secondo quanto emerso all’Ecoforum. Non è scontato: in molti settori del riciclo la consapevolezza pubblica arranca. Qui invece il 73% degli italiani sa che disperdere olio usato provoca danni ambientali e l’82% considera la raccolta e la rigenerazione attività importanti. Il modello CONOU non è calato dall’alto: poggia su un consenso diffuso che in pochi altri comparti si vede.
Ora la partita si sposta in Europa
Se il sistema regge, i numeri premiano. Il settore ha registrato una crescita economica del 12% rispetto all’anno precedente. Un dato che stride con l’immagine di un’economia circolare fatta di buone intenzioni e margini risicati: qui si guadagna, e si guadagna rigenerando. Forse anche per questo il 45% degli italiani, stando ai dati dell’Ecoforum, ritiene che vada valorizzato il primato europeo dell’Italia nel riciclo dei rifiuti totali, che tocca il 92,6% tra urbani e speciali.
Ma fuori dall’Italia il panorama è frammentato. In Europa solo sei oli usati su dieci vengono rigenerati. Il resto finisce bruciato, disperso o smaltito in modi meno efficienti. Non esiste un equivalente del CONOU su scala continentale. E chi immagina che il modello italiano possa essere esportato con un tratto di penna sottovaluta la complessità di costruire un consorzio senza lucro in mercati abituati a logiche di profitto. La vera partita, oggi, non è più tecnica: è politica.
L’Italia ha in mano la ricetta della circolarità perfetta per gli oli. Ma la vera sfida non è più raccogliere e rigenerare: è convincere il resto del continente che un altro modello è possibile. E, nel frattempo, vigilare perché il consorzio non venga travolto da logiche di profitto.




