Undici punti di distanza dalla media Ue che pesano su accesso al credito e reti

Un programma che funziona, un ecosistema che non aiuta

Women in Action non è un acceleratore qualunque, e il motivo è semplice: è equity free. Non chiede soldi, non prende quote, non impone servizi obbligatori. Un unicum nel panorama italiano degli acceleratori, e un dettaglio che conta, perché significa che le partecipanti possono concentrarsi sul progetto senza dover cedere pezzi di azienda prima ancora di partire. Lo scorso aprile i dati diffusi da Alley Oop parlavano già di oltre 250 ore di formazione erogate e più di 400 professionisti coinvolti. Numeri solidi, che danno sostanza all’iniziativa e spiegano perché si sia arrivati a una terza edizione.

Eppure, anche il programma meglio congegnato incontra il muro del contesto in cui opera. E il contesto italiano, per chi prova a fare impresa da donna, è un percorso a ostacoli. Non si tratta solo di una questione culturale — il pregiudizio, gli stereotipi, le stanze dove ancora si fatica a entrare — ma di un problema di accesso reale al mercato. Con un’occupazione femminile che supera di poco il 53 per cento, il bacino da cui attingere è già ristretto in partenza. Meno donne lavorano, meno donne accumulano esperienza professionale, capitale sociale e risorse economiche per provare a mettersi in proprio. Un programma equity free può rimuovere la barriera d’ingresso economica, ma non può da solo colmare un divario che si è scavato in decenni.

Ventidue contro trentatré: quando i numeri smontano l’ottimismo

La cifra chiave è questa: 22 per cento di imprenditoria femminile in Italia contro il 33 per cento della media europea. Undici punti di differenza non sono uno scarto marginale, sono un’altra economia. Significano centinaia di migliaia di imprese che non nascono, posti di lavoro che non vengono creati, innovazione che non arriva sul mercato. E significano anche un paradosso: l’Italia è un Paese dove le donne, quando riescono ad avviare un’attività, mostrano tassi di sopravvivenza e solidità spesso superiori a quelli delle imprese maschili. Il problema non è la capacità imprenditoriale, è l’accesso alla linea di partenza.

Qui il programma di Volvero incrocia una verità scomoda. Le duecentocinquanta ore servono, eccome, ma sono una goccia in un sistema che non ha ancora costruito gli argini. La formazione è un formidabile strumento di empowerment individuale, ma l’empowerment individuale, da solo, non cambia i tassi nazionali. Servono politiche di conciliazione, accesso al credito senza garanzie ipotecate su patrimoni familiari che le donne, statisticamente, possiedono meno degli uomini, servono reti di distribuzione e procurement che includano davvero le imprese femminili. Altrimenti si rischia di creare isole di eccellenza che puntellano la narrazione, mentre la marea del divario resta dov’era.

Cosa resta dopo la terza edizione

Volvero — marketplace peer-to-peer di car sharing che dal 2021 mette in condivisione auto, moto e veicoli commerciali sia tra privati che tra aziende — con Women in Action ha scelto una linea precisa: non limitarsi a predicare innovazione, ma provare a costruire le condizioni perché accada anche dove il mercato, da solo, non arriverebbe. La piattaforma cresce, il programma si consolida, le undici selezionate della terza edizione iniziano il percorso. Ma la domanda di sistema resta aperta.

Se il gap è strutturale, servono ponti, non solo rampe di lancio. Il car sharing peer-to-peer potrebbe diventare un settore dove la presenza femminile si gioca su un piano più paritario, proprio perché nasce in parte fuori dalle logiche consolidate del lavoro dipendente e della proprietà di flotta. Ma perché questo accada, non basta che undici realtà all’anno ricevano formazione: serve che il mercato dei veicoli, l’accesso alla proprietà, i meccanismi di finanziamento e le reti commerciali smettano di replicare le stesse asimmetrie che inchiodano l’Italia al 22 per cento.

La terza edizione parte. Per le donne che entrano, il percorso è tracciato, e la qualità degli strumenti messi a disposizione è reale. Per il Paese, il conto con la realtà resta aperto, e undici punti percentuali non si colmano a suon di comunicati stampa. Si colmano quando i numeri smettono di raccontare eccezioni e iniziano a descrivere la normalità.