La coalizione Green 10 chiede di trasformare la crisi energetica in punto di svolta per la dipendenza fossile

Cinquantamilioni. È un numero che ha bisogno di un termine di paragone per essere compreso: sono più degli abitanti della Spagna, più della Polonia, quasi il doppio dei Paesi Bassi. Ed è il numero di cittadini europei che, attraverso le dieci grandi reti ambientaliste riunite nel Green 10, hanno presentato nei giorni scorsi un mandato politico preciso alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen. La richiesta, contenuta in un documento consegnato durante l’incontro dello scorso 10 luglio, non lascia spazio a interpretazioni: la crisi energetica innescata dalle tensioni nello Stretto di Hormuz – scrive la coalizione – dovrà essere l’ultima crisi fossile per l’Europa.

La cifra – 50 milioni di sostenitori, presenti in tutti gli Stati membri e nei Paesi candidati – arriva in un momento in cui l’opinione pubblica europea, stando ai dati raccolti dallo stesso Green 10, esprime con nettezza la propria preoccupazione per la crisi climatica, la protezione dell’ambiente e gli effetti sanitari dell’inquinamento. «La stragrande maggioranza degli europei – si legge nel comunicato – vuole vedere un’azione concreta sul cambiamento climatico». Non si tratta, insomma, di una avanguardia rumorosa ma di un sentimento maggioritario, trasversale e misurato con regolarità dai sondaggi. Eppure, proprio mentre la coalizione ribadiva la forza di questo consenso, altrove si muovevano dinamiche di segno opposto.

Il paradosso della deregulation

Dietro i numeri della mobilitazione si nasconde una realtà scomoda, che lo stesso Green 10 non manca di segnalare. Le attività di interessi costituiti stanno alimentando un arretramento del quadro normativo ambientale e climatico dell’Unione. Non è una sensazione: già a giugno 2025, il Guardian documentava come l’Unione Europea stesse accelerando la deregolamentazione delle politiche ambientali, con un rollback che andava prendendo slancio sotto la pressione di settori industriali e di una parte del Parlamento europeo. Da allora, l’inversione di rotta non si è fermata.

Il paradosso è servito: cinquanta milioni di europei che chiedono più protezione, e un quadro legislativo che invece si sfilaccia. L’incontro del 10 luglio con von der Leyen – lei stessa espressione del Partito popolare europeo, formazione che ha spesso ammiccato alle richieste di rallentare il Green Deal – è stato il momento in cui la coalizione ha scelto di non limitarsi alla denuncia. Ha messo sul tavolo una proposta concreta che trasforma una crisi geopolitica in un argomento politico definitivo.

L’ultimo allarme fossile

La guerra per procura tra Iran e Occidente, con il suo riflesso immediato sulla sicurezza della navigazione nel Golfo Persico, trasforma un corridoio petrolifero in un moltiplicatore di rischio economico. È in questo contesto che il Green 10, composto da dieci delle più grandi organizzazioni ambientaliste a livello europeo, ha formalizzato la richiesta contenuta nel documento consegnato alla Commissione: «La crisi energetica dello Stretto di Hormuz – si legge nel testo – dovrebbe essere l’ultima crisi dei combustibili fossili per l’Europa».

La frase è meno scontata di quanto appaia. Non si chiede di gestire meglio l’ennesima emergenza petrolifera, né di trovare fornitori alternativi per qualche trimestre. Si chiede di usare questo shock – che per le famiglie e le imprese si traduce in bollette più care e contrazione dei consumi – come il punto di non ritorno per la dipendenza energetica del continente. È il passaggio dalla cronaca dell’emergenza alla decisione strutturale: smettere di considerare i combustibili fossili come una variabile inevitabile e cominciare a trattarli come un costo politico ed economico da azzerare.

Dal punto di vista del mercato, le implicazioni sono misurabili. Se la Commissione e i governi nazionali accoglieranno l’appello dei 50 milioni, il primo indicatore da osservare saranno i flussi di greggio in arrivo nei porti europei. I prossimi due o tre trimestri diranno se la risposta allo shock è stata quella di sempre – la ricerca affannosa di nuove rotte e nuovi contratti spot – oppure se, per la prima volta, il picco di prezzo si è accompagnato a una contrazione volontaria e irreversibile della domanda. I terminali di Rotterdam, Trieste e Algeciras saranno il termometro di questa scelta: nessuna dichiarazione politica potrà essere presa sul serio se i numeri delle importazioni non cominceranno a scendere.

La Commissione europea ha davanti a sé un bivio che raramente si presenta con questa chiarezza: ascoltare la voce della piazza – cinquanta milioni di persone, con un mandato inequivocabile – oppure cedere alla pressione degli interessi costituiti che da diciotto mesi lavorano per sfilacciare le norme ambientali. I dati sulle importazioni di petrolio saranno la cartina al tornasole. Non le dichiarazioni, non i comunicati stampa, ma i flussi fisici di greggio che entreranno nello spazio economico europeo nei mesi a venire. È lì, e solo lì, che si misurerà la distanza tra le parole e i fatti.