La nuova distanza di 700 metri apre al vento, ma senza tutele per le aree protette.
Avete presente un tetto ungherese pieno di pannelli solari e, all’orizzonte, nessuna pala eolica? Non è un caso: è la fotografia di una politica energetica che ha escluso il vento per oltre un decennio. Come ricostruisce un’analisi pubblicata a fine luglio da CEEnergyNews, il Paese ha puntato quasi tutto sul fotovoltaico, lasciando il vento ai margini. Ma la distanza di sicurezza per l’eolico si è ridotta, e ora la partita si sposta su un altro campo: la rete elettrica e la flessibilità.
La domanda sorge spontanea: come si è arrivati a questo paesaggio? A rendere di fatto impossibile ogni nuovo impianto è stata una zona cuscinetto di 12 chilometri tra turbine e aree residenziali, nata da considerazioni politiche più che tecniche. Con una rete di insediamenti così densa, quei 12 chilometri escludevano praticamente tutto il territorio utile. Il risultato è che l’Ungheria ha appena 330 MW di capacità eolica installata, ferma dal 2011, quando è stata eretta l’ultima turbina. Nel frattempo, lo sviluppo delle rinnovabili si è concentrato in modo quasi esclusivo sul fotovoltaico, con una crescita pressoché nulla di tecnologie complementari come eolico e idroelettrico. Questa scelta ha reso la rete elettrica ungherese pericolosamente dipendente dal solare intermittente, facendo emergere un bisogno urgente di soluzioni di stoccaggio energetico su larga scala. Ma ora la regola è cambiata: cosa succede alle aree più delicate?
La nuova regola: sblocca, ma non protegge
Lo scorso luglio, il Parlamento ungherese ha ridotto la distanza di sicurezza da 12 chilometri a 700 metri, come si legge in una nota dello studio legale Taylor Wessing. Sembra una liberazione, ma c’è un paradosso. Come rileva un aggiornamento legale di Bird & Bird, il nuovo quadro normativo ha sì stabilito una zona di protezione di 700 metri attorno ai comuni, ma non prevede una protezione analoga in prossimità delle zone della rete ecologica nazionale, dei terreni agricoli di alta qualità, delle aree di conservazione naturale e dei siti del patrimonio mondiale. In pratica, le turbine potrebbero sorgere più vicine alle case, ma senza tutele automatiche per aree che hanno un valore ambientale o paesaggistico riconosciuto. Questa assenza di tutele automatiche significa che ogni progetto dovrà probabilmente affrontare valutazioni e possibili contestazioni caso per caso, allungando ulteriormente i tempi.
C’è poi il collo di bottiglia delle connessioni alla rete: le richieste di allacciamento sono già in fila fino al 2029 e oltre, come segnalato nello stesso documento. Anche con la distanza ridotta, una pala eolica non produce nulla se non può immettere elettricità in rete. Per chi pianifica un investimento, questo significa tempi di realizzazione più lunghi e incertezza sui ricavi. E i vicini? Possono dirci se il vento tornerà a soffiare sul serio.
Il confronto regionale e il tempo della rete
I numeri dei vicini aiutano a capire la scala possibile. Secondo i dati raccolti da WindEurope, nel dicembre 2022 Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia e Slovenia avevano complessivamente appena 0,675 GW di capacità eolica installata. Le stime indicano che questi quattro Paesi potrebbero raggiungere tra 2 e 5,4 GW entro il 2030. Un salto considerevole, ma che non dipende solo dalla volontà politica: servono reti capaci di accogliere nuova potenza e accumuli in grado di compensare l’intermittenza. Chi in Ungheria paga la bolletta o pianifica un investimento dovrebbe guardare non solo alle pale, ma alla coda di rete e agli accumuli: senza quelli, il vento resta un miraggio. La vera partita si gioca sulla flessibilità.



