Un megawattora prodotto da un nuovo grande reattore nucleare costa intorno ai 150 dollari. Uno da fonti rinnovabili, in Australia, ne costa circa 55. Sono i numeri messi nero su bianco la scorsa settimana dalla commissione bipartisan del Senato australiano sull’energia nucleare, in un paese dove una casa su tre ha già i pannelli sul tetto e dove, nonostante tutto, si torna a parlare di costruire reattori.

La forbice è ampia. Per i piccoli reattori modulari, la tecnologia di cui si discute molto ma che resta ancora lontana da una diffusione commerciale su larga scala, la stima iniziale è di circa 350 dollari al megawattora. Sei volte il costo delle rinnovabili. Sono cifre che, in qualsiasi altro settore, chiuderebbero la partita prima ancora di cominciarla. Ma in Australia la discussione è tornata viva, e merita di essere guardata da vicino perché incrocia storia, geologia, politica e, soprattutto, il portafoglio delle famiglie.

L’abbondanza di uranio e l’atomo che non c’è

L’Australia è un paradosso energetico. Possiede un terzo dei depositi provati di uranio del pianeta ed è il terzo produttore mondiale dopo Kazakistan e Canada, eppure non ha mai avuto una centrale nucleare. Già alla fine degli anni Sessanta il governo Gorton aveva avviato i lavori per la centrale di Jervis Bay, ma il progetto fu abbandonato nel 1971, quando John Gorton fu sostituito alla guida del paese. Da allora, il nucleare civile australiano è rimasto una pagina bianca.

Quella pagina, però, qualcuno ha ricominciato a sfogliarla. Dal 2021 si è registrato un aumento del sostegno comunitario per l’inclusione dell’energia nucleare nel mix energetico nazionale, e i sondaggi più recenti indicano che la maggioranza degli australiani è oggi favorevole. È un cambiamento significativo per un paese che ha costruito la propria identità energetica sull’abbondanza di sole e vento, e che oggi detiene un primato difficile da scalfire: la più alta potenza solare per abitante del pianeta, con 4,3 milioni di impianti distribuiti sui tetti, per un totale di 28,3 gigawatt di potenza installata. Un australiano su tre produce già parte dell’elettricità che consuma.

La spinta a favore del nucleare si nutre di argomenti diversi: la stabilizzazione della rete, la necessità di una fonte programmabile che non dipenda dalle condizioni meteorologiche, l’idea che un paese ricco di uranio dovrebbe sfruttare le proprie risorse. Ma il rapporto della commissione bipartisan — cinque membri dell’area di governo e cinque dell’opposizione — ha scelto di affrontare la questione su un terreno molto concreto: i costi. Ed è qui che la distanza tra le due opzioni si fa scomoda per i sostenitori dell’atomo.

L’effetto sulle bollette

Se il costo di generazione mostra un rapporto di quasi tre a uno tra nucleare e rinnovabili, l’impatto sulle famiglie non è meno netto. La commissione stima che puntare sull’atomo rischierebbe di aggiungere circa mille dollari all’anno alla bolletta elettrica di ogni nucleo familiare. Non una riduzione, non una stabilizzazione: un aumento. In un paese dove il solare distribuito ha già abbassato i costi per milioni di cittadini, la prospettiva non è irrilevante.

Il dato va collocato in un contesto di lungo periodo. I 55 dollari al megawattora delle rinnovabili australiane non sono un costo di generazione astratto: sono il riflesso di un sistema che ha già assorbito investimenti massicci, che beneficia di un irraggiamento tra i migliori al mondo e che continua a scalare. I 150 dollari del nucleare, al contrario, incorporano i tempi di costruzione — oltre un decennio per un grande reattore —, i rischi di sforamento dei costi e i costi di gestione e smantellamento. La commissione australiana non ha scoperto nulla che i mercati energetici non sappiano già, ma lo ha fatto in modo bipartisan, in un paese dove la discussione non è stata calata dall’alto su ordini politici o industriali.

E questo rende il caso australiano diverso da altri contesti, compreso quello italiano, dove il ritorno al nucleare è stato rilanciato senza un confronto analitico pubblico sui vantaggi e gli svantaggi reali. Qui, almeno per ora, si è scelto di mettere i numeri sul tavolo. Numeri che raccontano una storia semplice: costruire reattori in un paese già ricco di sole e vento significa chiedere alle famiglie di pagare di più per l’elettricità, non di meno.

Il numero chiave da osservare nei prossimi anni è la curva dei costi del solare e dell’accumulo. Se continuerà a scendere, la finestra per l’opzione nucleare australiana potrebbe chiudersi prima ancora che venga posata la prima pietra di un cantiere.