Il turismo aereo gonfia gli affitti e comprime i salari nelle mete europee più ambite
Fino a 250 euro all’anno. Non è una stangata fiscale, è la cifra che uno studio appena pubblicato da Transport & Environment indica come possibile aumento medio annuo degli affitti tra il 2026 e il 2031 nelle cinque maggiori economie turistiche europee, per effetto dell’espansione del turismo aereo. Nei giorni scorsi il rapporto è atterrato sui tavoli di chi governa il turismo senza chiedere permesso: mette in fila i numeri di un meccanismo che pompa arrivi, alza i prezzi delle case e deprime i salari di chi quelle destinazioni le abita tutto l’anno.
La bomba degli affitti
Il dato non è una proiezione generica. L’Irlanda, spiega lo studio, potrebbe vedere l’incremento più marcato in valore assoluto: 250 euro l’anno in più di affitto medio, spinti dall’onda degli arrivi aerei. Italia e Spagna non sono molto distanti: entrambe compaiono nella lista dei Paesi dove l’ondata turistica, invece di distribuire ricchezza, la concentra in una rendita immobiliare che spiazza tutto il resto. Nei fatti, l’aumento dei prezzi delle case trasforma gli investitori in cercatori di rendita: meglio mettere i soldi nel mattone che nella meccanica di precisione o nelle tecnologie dell’informazione. Il risultato è che la perdita di investimenti produttivi ammonta a 1,1 miliardi di euro all’anno per l’Italia e a 1,0 miliardi per la Spagna: capitali che non vanno a settori capaci di aumentare la produttività, ma finiscono a ingrassare il mercato immobiliare drogato dalla domanda turistica.
E mentre gli affitti decollano, i salari reali restano a terra. L’analisi di Transport & Environment mostra che proprio i Paesi con il più alto volume di arrivi turistici aerei — Italia, Spagna e Francia — hanno registrato le performance peggiori nella corsa dei salari reali dei lavoratori del turismo. Tradotto: chi serve i turisti guadagna sempre meno in termini di potere d’acquisto, e paga sempre di più per vivere nella stessa città dove lavora. Il meccanismo è semplice da descrivere e difficile da scardinare: il turismo di massa gonfia la domanda di alloggi, spinge verso l’alto i prezzi e, nel frattempo, comprime il costo del lavoro perché l’offerta di occupazione a bassa qualifica è abbondante. La domanda che resta aperta, a questo punto, è una: se il conto ricade sui residenti, chi sta finanziando questa crescita?
La febbre del cemento
La risposta, per ora, la stanno dando i governi che continuano a scommettere sull’espansione aeroportuale come se il problema fosse soltanto aggiungere capacità. Basta guardare il piano di investimenti di Aena, annunciato nei mesi scorsi dal presidente del governo spagnolo Pedro Sánchez: 12.888 milioni di euro per ampliare gli scali, il pacchetto più corposo degli ultimi vent’anni. Dentro ci stanno l’espansione degli aeroporti di Barcellona e Madrid, due gate che già oggi incanalano decine di milioni di passeggeri verso una Spagna dove gli affitti salgono e i salari scendono. Non è un’eccezione iberica: Atene sta mettendo a terra un’espansione da 1,3 miliardi di euro per aumentare del 25% la capacità annuale di passeggeri. La cifra non è marginale: significa programmare decongestione per i turisti, mentre gli abitanti si spostano sempre più in periferia perché il centro è diventato invivibile.
La contraddizione è netta. Da un lato gli studi misurano il drenaggio di investimenti produttivi e il deterioramento del potere d’acquisto; dall’altro i ministeri competenti autorizzano colate di cemento sulle piste. L’annuncio di Sánchez è stato presentato come un motore di crescita, ma il rapporto di T&E suggerisce che la crescita c’è, solo che non si trasferisce ai residenti: si accumula nel valore degli immobili e nei bilanci delle compagnie aeree, mentre l’economia diffusa perde ossigeno. Il cortocircuito è politico prima che economico: si spendono miliardi pubblici per attrarre più flussi che poi erodono la base fiscale reale, perché chi lavora nel turismo guadagna meno e chi affitta paga di più.
Il conto climatico rimandato
C’è un’altra pista che questo modello lascia aperta, ed è quella delle emissioni. L’aviazione vale oggi circa il 52% delle emissioni dirette dell’intero settore turistico globale. Le proiezioni indicano che i voli internazionali in Europa potrebbero aumentare le emissioni di oltre il 60% tra il 2016 e il 2030, proprio mentre i governi che allungano le piste sottoscrivono impegni climatici sempre più vincolanti. E il turismo nel suo complesso, stando ai dati pubblicati su Nature Communications, nel 2019 ha raggiunto le emissioni di 5,2 gigatonnellate di CO2 equivalente, l’8,8% delle emissioni globali di gas serra, crescendo a un tasso del 3,5% annuo tra il 2009 e il 2019, il doppio di quello dell’economia mondiale. Numeri che non sono comparsi per caso: sono la conseguenza diretta di scelte politiche che hanno finanziato l’espansione di un settore senza mai chiedergli di internalizzare i costi ambientali. La domanda che il rapporto di Transport & Environment lascia in sospeso non è se il turismo possa crescere ancora — la risposta è probabilmente sì, almeno finché le rotte si moltiplicano — ma a quale prezzo per chi vive nelle mete turistiche e per un pianeta che non ha una pista di atterraggio alternativa. E se invece di allungare le piste, iniziassimo a ripensare il modello?




