L’amministrazione ha scelto di pagare aziende per rinunciare a diritti confermati dai tribunali

Non si costruisce, e si incassano assegni. Duke Energy ha accettato 129 milioni di dollari di denaro pubblico per rescindere il suo contratto di locazione eolico offshore in North Carolina, chiudendo ogni prospettiva di sviluppo. Non è il primo né il più generoso dei buyout orchestrati dal dipartimento degli Interni. Pochi giorni prima, l’accordo di Invenergy aveva già messo sul piatto 765 milioni di dollari per convincere l’azienda di Chicago a rinunciare ai quattro contratti di locazione in fase iniziale. Due assegni, cifre diverse, una stessa logica: pagare perché l’eolico non venga costruito, a prescindere da permessi, mercati e sentenze.

Assegni pubblici per fermare il vento

La cronistoria è semplice: l’amministrazione Trump ha individuato una serie di progetti eolici offshore e ha negoziato con le società titolari dei contratti di locazione la loro rinuncia volontaria, in cambio di rimborsi milionari. Duke Energy è solo l’ultima in ordine di tempo. L’accordo, firmato lo scorso 29 giugno, trasferisce la concessione al governo federale e cancella ogni obbligo di costruzione. La cifra – 129 milioni – copre i costi di acquisto del leasing e, secondo quanto trapelato, nessun ristoro per le spese di sviluppo già sostenute.

Il caso di Invenergy è ancora più vistoso: 765 milioni per quattro leasing che, stando all’Associated Press, erano ancora in una fase embrionale. L’azienda aveva appena versato le quote di locazione e non aveva ancora avviato alcuna attività di costruzione. Eppure, l’amministrazione ha ritenuto opportuno rimborsare ogni dollaro, come se il semplice possesso di un diritto di sfruttamento costituisse un’attività da indennizzare. Dietro questi accordi, però, c’è una storia di stop imposti e ribaltati in tribunale.

Le vittorie legali tradite

Già lo scorso febbraio, il dipartimento degli Interni aveva emesso ordini di sospensione per cinque progetti eolici offshore. Non si trattava di iniziative sulla carta: tutti e cinque erano completati per oltre il 40 per cento, alcuni con turbine già in produzione o cantieri avanzati. L’amministrazione, sostenendo rischi per la navigazione e l’ambiente, aveva ordinato il fermo immediato dei lavori. Un atto unilaterale che i tribunali hanno smontato pezzo per pezzo.

Tutte e cinque le impugnazioni presentate dagli sviluppatori sono state accolte. I giudici hanno ritenuto gli stop illegittimi, perché privi di una valutazione ambientale adeguata e di una base giuridica solida. In pratica, i progetti potevano e dovevano proseguire. Eppure, invece di accettare le sentenze, l’amministrazione ha scelto di trattare a porte chiuse con alcune aziende, offrendo loro denaro pubblico per rinunciare volontariamente ai diritti che i tribunali avevano appena confermato. Un paradosso: lo stato perde in aula, ma vince al tavolo delle trattative con il libretto degli assegni.

Chi perde davvero

I numeri, quando arrivano, sono quelli che fanno male. Secondo un’analisi della BlueGreen Alliance, i due progetti di Duke Energy e TotalEnergies – quest’ultima oggetto di un buyout analogo nelle scorse settimane – avrebbero potuto sostenere 37.000 posti di lavoro, tra costruzione, manutenzione e indotto. Posti che ora non esisteranno.

La dichiarazione del Sierra Club, pubblicata a giugno, è tagliente: «I buyout di Trump sono un pessimo affare per le famiglie che già faticano a pagare le bollette». E l’equazione è semplice: meno energia pulita immessa nella rete significa più dipendenza dal gas e dai combustibili fossili, quindi tariffe elettriche più alte proprio quando l’inflazione energetica morde i bilanci domestici. Il paradosso è evidente: mentre le famiglie risparmiano sui consumi, il governo federale paga per spegnere le pale eoliche. A chi giovano davvero questi accordi, se non alle utilities che incassano senza costruire e all’agenda politica di un’amministrazione decisa a cancellare l’eolico offshore?