Le 74 centrali a gas proposte per i data center potrebbero emettere CO₂ quanto l’intera Australia
143 gigawatt: a tanto ammonta la capacità complessiva delle 74 centrali a gas in cantiere negli Stati Uniti per alimentare l’intelligenza artificiale. Un fiume di metano che, a regime, vomiterà 662 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente l’anno — quanto l’intera Australia. I numeri sono neri su bianco nel rapporto dell’Environmental Integrity Project, pubblicato nei giorni scorsi, con tutti i dettagli tecnici nel documento integrale.
143 GW di gas in arrivo: i numeri della fame elettrica dell’IA
Quasi la metà delle 74 centrali proposte — 32 impianti — sorgerebbe in Texas. Ma il fenomeno è nazionale e affonda le radici in una curva di domanda che ha pochi precedenti. Già nel 2023 i data center assorbivano il 4,4% dell’elettricità totale degli Stati Uniti, stando al rapporto del Dipartimento dell’Energia — un consumo triplicato nell’arco di un decennio, dal 2014 al 2023. Entro il 2028 la quota potrebbe raggiungere il 12%.
Su scala globale i numeri sono ancora più eloquenti. Secondo le proiezioni dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, la generazione elettrica per i data center passerà da 460 TWh nel 2024 a oltre 1.000 TWh nel 2030 — un più che raddoppio in sei anni. Lo scorso dicembre, BloombergNEF aveva già stimato che la domanda di potenza dei data center americani potrebbe toccare 106 GW entro il 2035. Le 74 centrali a gas censite dall’Environmental Integrity Project non sono un’anomalia: sono la risposta strutturale a un fabbisogno che le rinnovabili intermittenti, da sole, non possono coprire.
Greenwashing al silicio: le promesse nucleari e la realtà del metano
La risposta è in una parola: dispacciabilità. Un data center non va in pausa quando cala il vento o tramonta il sole — ha bisogno di potenza continua, 24 ore su 24. Le turbine a gas partono in pochi minuti, modulano il carico senza isteresi e hanno costi di installazione contenuti rispetto alle alternative capaci di offrire la stessa affidabilità. Di qui la scelta obbligata: il gas come carburante di default per l’infrastruttura computazionale del decennio.
Il paradosso è che i grandi operatori del cloud hanno annunciato impegni nucleari che vanno nella direzione opposta. A settembre 2024 Microsoft ha firmato un accordo ventennale per 835 megawatt con l’obiettivo di riavviare l’unità 1 di Three Mile Island, in Pennsylvania. Nell’ottobre successivo Google ha ordinato fino a 500 megawatt di piccoli reattori modulari a Kairos Power. L’accordo di Google con Kairos Power è stato presentato come un segnale di discontinuità per l’alimentazione dei data center.
Eppure, mentre i comunicati stampa parlano di nucleare, le gru tirano su turbine a metano. La ragione è nei tempi: riavviare un reattore fermo da anni o certificare un progetto di piccolo reattore modulare — tecnologia che non ha mai generato un kilowattora commerciale negli Stati Uniti — richiede iter che si misurano in lustri. La domanda di elettricità dei data center, nel frattempo, cresce a doppia cifra percentuale all’anno. Il gas è l’unica tecnologia matura e scalabile che tenga il passo della curva di carico. Le rinnovabili intermittenti, senza sistemi di accumulo multi-giornaliero, restano un complemento prezioso ma parziale.
Polmoni sacrificali: le comunità a tre miglia dalle centrali
Le emissioni non rispettano i codici postali, ma la loro distribuzione geografica è tutt’altro che casuale. L’analisi dell’Environmental Integrity Project ha incrociato i siti delle 74 centrali proposte con i dati socioeconomici delle aree circostanti. Il risultato è un atlante di disuguaglianza ambientale programmata: il 40% della popolazione che vive entro tre miglia (circa 4,8 chilometri) dagli impianti — 223.489 persone su 562.825 totali, per i 67 siti con dati disponibili — appartiene a famiglie a basso reddito. E l’88% delle centrali con ubicazione nota (62 su 70) ricade in contee dove l’aspettativa di vita è già inferiore alla media statunitense, ferma a 77 anni nel triennio 2020-2022.
In altre parole, le turbine a gas andranno ad aggiungere un carico inquinante — ossidi di azoto, particolato fine, composti organici volatili — su popolazioni che già oggi respirano peggio e muoiono prima della media nazionale. Il Texas, con le sue 32 centrali in progetto, è il baricentro di questa geografia diseguale. Quasi metà dell’intero programma di costruzione ricade in un solo stato, concentrando il carico inquinante su comunità che già convivono con indicatori sanitari inferiori alla media.
Per chi gestisce un data center, puntare sul gas è anche una scommessa finanziaria. Se mai scatterà un prezzo del carbonio — un’ipotesi tutt’altro che remota, considerando che meccanismi di scambio di quote sono già operativi in Europa e allo studio in diversi stati americani — quegli impianti diventeranno passività miliardarie, stranded asset da ammortizzare in fretta o dismettere in perdita. Ma il conto sanitario, quello delle visite al pronto soccorso per crisi asmatiche e delle assenze da scuola nei giorni di picco dell’ozono, lo pagano comunità che non hanno mai messo piede in un data center né scritto una riga di codice. Comunità che, semplicemente, abitano nel raggio di tre miglia da una scelta fatta a mille chilometri di distanza.




