Lo sfruttamento selettivo delle foreste congolesi genera un assorbimento netto superiore a quello delle aree protette

Le concessioni di disboscamento nel bacino del Congo rimuovono 21,3 teragrammi di carbonio all’anno, contro i 15,7 delle aree protette, secondo uno studio pubblicato su Nature Communications a fine aprile e ora rilanciato da un’analisi di Mongabay. L’intera regione – il più grande pozzo netto di carbonio del pianeta – funziona come un assorbitore per 37,5 teragrammi l’anno. Ma è la composizione di quel numero a ribaltare ogni aspettativa: il 56,8% delle rimozioni nette arriva da foreste gestite, non da riserve intoccabili. Il bacino del Congo è il più grande serbatoio di carbonio forestale al mondo, e la sua porzione tagliata in modo selettivo ne sta diventando il motore climatico più sorprendente.

Il paradosso del pozzo

Per chi associa protezione a stoccaggio di carbonio e sfruttamento a emissioni, i dati sono uno choc calcolato. Le aree non gestite rappresentano il 54% dello stock di carbonio epigeo della regione, eppure il loro contributo netto al pozzo è inferiore a quello delle concessioni. Le foreste disboscate, cioè quelle già sottoposte a taglio selettivo, immagazzinano solo l’8% in meno di carbonio rispetto alle foreste primarie – un intervallo tra il 5 e il 10%, indica la ricerca. Il divario non è di stock, ma di flusso: le foreste gestite assorbono più di quanto perdono, mentre quelle intatte – pur gigantesche – si muovono a un ritmo di rimozione netta più basso.

A rendere il paradosso ancora più tagliente è il confronto con il resto del mondo. Il bacino del Congo resta il più grande pozzo netto forestale globale, ma il suo funzionamento è asimmetrico: il 56,8% delle rimozioni nette si concentra proprio nelle porzioni dove l’uomo taglia, trasporta e ripianta. Non è una vittoria dell’interventismo a tutti i costi: è il segnale che la gestione sostenibile – quando esiste – può generare una dinamica di ricrescita che supera, in bilancio, quella delle aree lasciate a sé stesse.

La spiegazione tecnica

Come può una foresta tagliata assorbire più di una intatta? Lo studio non offre un singolo meccanismo ma un quadro di flussi: la rimozione lorda nelle concessioni è alimentata dalla rapida ricrescita post‑taglio, mentre le perdite sono contenute perché il disboscamento selettivo non azzera lo stock e le foreste secondarie mostrano una produttività elevata. Le foreste disboscate hanno un minor contenuto di carbonio rispetto alle primarie, ma quel divario dell’8% è molto più piccolo di quanto si ipotizzasse. Nel frattempo, le aree protette, pur immagazzinando più carbonio, non generano lo stesso surplus di assorbimento perché i tassi di accrescimento in foreste mature sono fisiologicamente più bassi e la mortalità naturale erode parte del guadagno.

Il quadro va però letto insieme a un altro dato, che ne corregge l’eccessivo ottimismo. Come mostrano i dati di Global Forest Watch, nel 2024 sono andati persi 780.000 ettari di foresta primaria nel bacino del Congo, pari allo 0,44% dell’area, in aumento rispetto allo 0,38% del 2023. Quelle perdite riguardano la foresta non ancora toccata dal taglio selettivo e rappresentano emissioni nette che, per ora, restano marginali nel bilancio complessivo. Ma la traiettoria è chiara: la pressione sulla foresta primaria sale, e se dovesse accelerare, il pozzo netto dell’intera regione – attualmente 37,5 teragrammi l’anno – inizierebbe a ridursi, indipendentemente dalle performance delle concessioni.

Il lato umano del carbonio

Dietro i numeri del carbonio c’è una partita di reddito e sopravvivenza. Le concessioni di disboscamento sostenibile possono portare denaro alle comunità locali, colmando un vuoto che i progetti di crediti di carbonio non sono riusciti a riempire. L’analisi pubblicata su Mongabay lo dice senza giri di parole: i crediti di carbonio hanno fallito nel trasferire benefici reali alle popolazioni che vivono nella foresta, mentre la gestione forestale – se accompagnata da regole e controlli – offre un canale diretto di impiego e reddito. È una prospettiva che ribalta la gerarchia tra conservazione passiva e uso attivo della foresta.

La domanda che resta aperta è se questo equilibrio reggerà quando la corsa al legname e la pressione agricola cresceranno ancora. Il 2024 ha già segnato un’accelerazione della perdita di foresta primaria. Le concessioni oggi assorbono più di quanto emettono, ma il modello è fragile: se la frontiera del taglio si sposta sulla foresta ancora intatta, il vantaggio netto delle aree gestite potrebbe diventare irrilevante di fronte alle emissioni della deforestazione primaria. La cifra da tenere sotto osservazione non è solo il flusso di carbonio delle concessioni, ma la percentuale di foresta primaria che si perde ogni anno. Per ora, i numeri del pozzo ci dicono che lo sfruttamento, quando è selettivo e governato, può convivere con il clima. Ma la partita si gioca su quel confine sottile tra prelievo e distruzione.