La percentuale di animali feriti e non recuperati resta rilevante anche con gli archi moderni, circa il 18%

Un animale colpito da una freccia può percorrere chilometri prima di morire: è esattamente lo scenario che la Giunta provinciale di Trento ha autorizzato per contenere la peste suina africana. Già nel luglio 2024, secondo la denuncia della Lega Antivivisezionista, la Giunta approvò un provvedimento che introduceva l’uso dell’arco per il controllo dei cinghiali. Lo scorso 3 luglio l’impianto è stato aggiornato e ora la pratica è parte della disciplina provinciale.

La via trentina all’arco: un aggiornamento che viene da lontano

Per capire come si è arrivati qui bisogna tornare indietro di due anni. Il progetto fu promosso dall’assessore alle foreste, caccia e pesca Roberto Failoni e ottenne, come ricorda la Leal, il parere favorevole dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. Il provvedimento del 2024 ampliava gli orari di prelievo, coinvolgeva cacciatori abilitati e introduceva il cosiddetto “controllo mirato”, anche in aree a densità zero e in deroga ai periodi venatori. La narrazione istituzionale presentava l’arco come un’alternativa “silenziosa” alle armi da fuoco.

Lo scorso 3 luglio, la Giunta ha aggiornato la disciplina, come si legge nel comunicato ufficiale della Provincia autonoma di Trento, su proposta dello stesso Failoni. Pochi giorni dopo, lo scorso 7 luglio, Il Dolomiti riportava il parere dell’Ispra: l’impiego dell’arco nel prelievo di ungulati può rappresentare un valido mezzo alternativo alle armi da fuoco se utilizzato in base a corretti principi e prassi adeguata, con tiri a distanze inferiori ai 25 metri. Ma tra il parere favorevole e i numeri reali c’è uno scarto che la delibera non affronta.

La matematica del tiro: feriti, distanze e silenzio

Basta guardare i numeri pubblicati nelle stesse settimane. La percentuale di animali colpiti ma non recuperati — il cosiddetto wounding rate — resta rilevante anche con gli archi compound moderni: circa il 18%, secondo i numeri riportati a metà luglio da Il Dolomiti, contro valori prossimi al 50% con attrezzatura tradizionale e circa il 25% con armi da fuoco. In altre parole, quasi un animale su cinque colpito con un arco compound scappa ferito: meno che con un fucile, ma un dato che mal si concilia con la retorica della precisione.

La retorica della precisione si incrina ancora sui numeri. L’Ispra raccomanda distanze di tiro di 15-20 metri, fino a 25-30 a seconda delle condizioni; la delibera provinciale prevede invece distanze di 25-50 metri, superiori a quelle raccomandate. Se quasi un animale su cinque colpito da arco compound scappa ferito, cosa succede a chi lo incontra e alla malattia che si voleva fermare? Lo ha spiegato Gian Marco Prampolini, presidente della Leal: «Un animale colpito può fuggire per chilometri, si nasconde, anche in luoghi impervi dove sarebbe impossibile recuperarlo, soffre, e può diventare imprevedibile e aggressivo, aumentando il rischio per escursionisti e residenti».

L’effetto boomerang sulla peste suina

È qui che il provvedimento si rovescia nel suo contrario. La Leal ha denunciato quello che definisce un paradosso sanitario: animali feriti e vaganti possono favorire la diffusione della peste suina africana, proprio la malattia che il provvedimento sostiene di voler contenere. Se la freccia non uccide immediatamente, il cinghiale non viene recuperato e continua a muoversi sul territorio: esattamente il comportamento che una strategia di contenimento dovrebbe evitare.

Le associazioni animaliste non hanno usato mezze misure. L’Oipa ha condannato la decisione come un provvedimento estremo e pericoloso e ha chiesto che venga ritirata senza esitazioni. L’Enpa, sulle pagine di Repubblica, ha parlato di una scelta «uscita da un film dell’orrore», aggiungendo che non basta uccidere gli animali: li si condanna a una sofferenza ancora maggiore. Resta da vedere se la Giunta ritirerà o confermerà la decisione davanti alle associazioni animaliste e ai dati.

Il Trentino ha in mano uno strumento che potrebbe aggravare la stessa emergenza che dichiara di combattere. La prossima mossa dirà se contano di più i numeri o la narrazione del “controllo silenzioso”.