Il rapporto del Joint Research Centre ignora come mobilitare le risorse necessarie alla transizione pulita
Seicentosessanta miliardi di euro all’anno fino al 2030. È la cifra che serve per finanziare la transizione energetica europea, secondo la Clean Energy Investment Strategy presentata dalla Commissione europea lo scorso marzo. Poi, tra il 2031 e il 2040, il fabbisogno salirà addirittura a 695 miliardi annui. Numeri che fanno girare la testa, e che arrivano dalla stessa istituzione che lo scorso 16 giugno, tramite il Joint Research Centre, ha pubblicato un rapporto di oltre cento pagine sulla transizione pulita come percorso verso la competitività. Un documento che identifica condizioni abilitanti, parla di fattori trasversali, esamina vulnerabilità delle catene di approvvigionamento. Ma che su una domanda resta ostinatamente muto: quei 660 miliardi, chi li mette?
La scommessa della competitività pulita
Il quadro dipinto dal JRC è ambizioso. La transizione pulita, spiega il rapporto, non è soltanto una necessità ambientale ma la pietra angolare della competitività sostenibile europea: accelerare la decarbonizzazione, l’innovazione e l’autosufficienza è essenziale per salvaguardare prosperità economica, stabilità, giustizia sociale e salute pubblica. Una formulazione che suona più come un manifesto politico che come un’analisi tecnica, e che lo scorso primo luglio il JRC ha rilanciato in una sintesi divulgativa.
Il rapporto identifica «fattori abilitanti basati su evidenze per rafforzare la competitività a lungo termine», esamina le «implicazioni delle vulnerabilità della catena di approvvigionamento globale e delle dipendenze dalle materie prime critiche», e individua «condizioni abilitanti trasversali necessarie per sostenere il cambiamento trasformativo tra settori e livelli di governance». Linguaggio istituzionale che promette metodo e rigore. Ma quando si scende dalla teoria alla pratica, il castello inizia a scricchiolare. Perché la competitività si costruisce con gli investimenti, e gli investimenti hanno un prezzo. Un prezzo che la Commissione conosce benissimo, visto che è stata lei stessa a quantificarlo nella strategia di marzo. Solo che quel prezzo, nel rapporto JRC, non compare.
Il paradosso è servito: da un lato Bruxelles dichiara che la transizione pulita è il vettore della competitività futura; dall’altro elude la domanda su come mobilitare le risorse necessarie a realizzarla. Come se bastasse indicare la direzione perché la strada si materializzi da sola.
I numeri che mancano
I numeri, invece, sono testardi. Seicentosessanta miliardi all’anno fino al 2030, 695 miliardi tra il 2031 e il 2040: queste cifre, contenute nella Clean Energy Investment Strategy, disegnano un fabbisogno colossale che nessun bilancio pubblico può coprire da solo. E il contesto competitivo non concede pause.
Secondo un’analisi del Centre for European Reform, l’eccesso di offerta cinese di veicoli elettrici, pannelli solari e altre tecnologie pulite viene reindirizzato in Europa a causa delle barriere commerciali statunitensi. La Cina domina le catene di approvvigionamento delle materie prime critiche, come rilevato anche dal rapporto JRC. Pechino produce a costi che i produttori europei non possono eguagliare, e con i dazi americani che bloccano l’accesso al mercato statunitense, la valvola di sfogo naturale è il mercato unico europeo.
L’Europa non è disarmata. Ha leader globali nella produzione di tecnologie pulite in settori come attrezzature eoliche, pompe di calore, batterie di prossima generazione ed elettrolizzatori. Ma avere campioni industriali non basta se il contesto finanziario non consente loro di scalare, investire, competere. La pressione cinese non è una minaccia futura: è già qui, e si sta intensificando proprio mentre l’Europa fatica a dotarsi degli strumenti finanziari per rispondere.
Il rapporto JRC dedica ampio spazio alle vulnerabilità delle catene di approvvigionamento e alle dipendenze da materie prime critiche, sottolineando come le pressioni geopolitiche mettano a rischio l’autonomia strategica dell’Unione. Ma anche in questo caso, l’analisi si ferma sulla soglia della domanda più scomoda: se l’autonomia strategica richiede investimenti massicci in capacità produttiva, ricerca e infrastrutture, e se quegli investimenti ammontano a centinaia di miliardi all’anno, qual è il piano per generarli? La strategia di marzo indica un target, ma non un meccanismo di finanziamento vincolante. Il rapporto di giugno ignora completamente la questione.
Tra i due documenti, entrambi targati Commissione europea, c’è un vuoto che nessuna «condizione abilitante trasversale» può riempire. Un vuoto che riguarda la differenza tra dichiarare un obiettivo e mettere in campo le risorse per raggiungerlo.
Chi pagherà il conto?
Se gli investimenti non arrivano dai bilanci pubblici — e non possono arrivare, viste le dimensioni del fabbisogno e i vincoli del Patto di stabilità — il peso ricade su imprese e famiglie. Ma le imprese, strozzate tra costi energetici ancora alti e concorrenza cinese aggressiva, non hanno margini infiniti. Le famiglie, alle prese con un costo della vita che non accenna a scendere, non possono farsi carico di una transizione che richiederebbe, solo per la parte energetica, qualcosa come 660 miliardi all’anno.
La domanda è retorica, ma la risposta non lo è affatto: senza un meccanismo credibile di mobilitazione del capitale privato — che passi per garanzie pubbliche, obbligazioni europee, riforma degli aiuti di Stato o strumenti fiscali comuni — il Clean Industrial Deal rischia di restare l’ennesimo manifesto senza esecuzione. Un documento che descrive un’Europa competitiva, pulita e autonoma, ma che non spiega come arrivarci. E intanto la sovrapproduzione cinese continua a premere sui confini del mercato unico, mentre le fabbriche europee di pannelli e batterie arrancano. La strategia c’è, i target anche. Manca solo il dettaglio più importante: chi firma l’assegno.




