Il colosso giapponese ora controlla la startup, ma il via libera della Faa resta il vero ostacolo
Dopo quasi dieci anni e 894 milioni di dollari, Toyota non è più solo un partner di Joby: ne è il padrone di maggioranza. Eppure, nessun taxi volante è ancora autorizzato a trasportare passeggeri. È il paradosso perfetto di un settore, quello degli eVTOL, che promette di portarci sopra il traffico da un decennio ma che resta inchiodato a terra in attesa di un via libera che la Federal Aviation Administration (FAA) non ha ancora concesso a nessuno. L’ultimo capitolo di questa storia si è scritto nei giorni scorsi, quando Toyota e Joby Aviation hanno annunciato la fase iniziale di una nuova alleanza strategica di produzione per realizzare la mobilità aerea, formalizzando una joint venture in cui il colosso giapponese detiene il 51% delle quote e nomina l’amministratore delegato. Joby, la startup fondata da JoeBen Bevirt, si tiene il 49%. I numeri dicono che il controllo è passato di mano. La realtà dice che l’oggetto del contendere — un velivolo elettrico a decollo verticale capace di portare passeggeri paganti — non esiste ancora, almeno non in una forma che un’autorità civile abbia giudicato sicura per il trasporto di persone.
Il paradosso del controllo
La struttura della joint venture è inequivocabile. Toyota ha il 51%, nomina il CEO e orienterà il lavoro iniziale verso «la creazione delle basi per la produzione commerciale» con l’obiettivo esplicito di migliorare produttività, qualità e costi. È una dichiarazione di comando industriale, non una partnership tra pari. Eppure tutto questo si regge su un aereo che sta ancora completando l’iter di certificazione. A marzo, Joby ha iniziato i test di volo del suo primo esemplare conforme agli standard FAA necessari per ottenere l’autorizzazione all’ispezione di tipo (Type Inspection Authorization, TIA): un passaggio tecnico rilevante, ma ancora interno alla lunga trafila regolatoria che negli Stati Uniti prevede quattro fasi.
Nessuno, finora, è arrivato in fondo. E questo rende l’operazione Toyota insieme logica e carica di incognite. Logica, perché senza un partner manifatturiero con la potenza di fuoco del primo costruttore mondiale di automobili, Joby non potrebbe mai arrivare a produrre i centinaia di esemplari promessi. Carica di incognite, perché il valore della quota di controllo dipende dall’esistenza di un prodotto certificato, e su quel fronte il cronometro non si è ancora fermato. La joint venture supporterà l’espansione della capacità produttiva di Joby in vista della certificazione e della domanda attesa, ma intanto il cielo promesso è vuoto. Come si è arrivati a questo punto?
La lunga rincorsa
Per capire perché Toyota ora prenda il comando bisogna riavvolgere il nastro di quasi dieci anni. Era il 2019 quando i primi ingegneri del colosso giapponese cominciarono a lavorare fianco a fianco con il team di Joby in California. Poi, nel 2023, le due aziende hanno firmato un accordo a lungo termine con cui Toyota si è impegnata a fornire componenti chiave per la propulsione e l’attivazione degli aeromobili. A ottobre 2024 è arrivato il segnale finanziario più pesante: Toyota ha investito altri 500 milioni di dollari nell’azienda, portando il totale a 894 milioni. Una somma che nessun altro costruttore ha messo sul tavolo per un progetto eVTOL.
Eppure, a fronte di questa escalation di impegno industriale e finanziario, il risultato concreto rimane lo stesso di anni fa: nessun velivolo elettrico a decollo verticale ha completato la certificazione per il trasporto passeggeri né negli Stati Uniti né in Europa. I test di volo proseguono, i comunicati stampa si moltiplicano, ma la sostanza normativa non cambia. La joint venture appena annunciata si concentrerà su produzione, qualità e costi: ambiti in cui Toyota può davvero fare la differenza, ma che entrano in gioco solo dopo che la FAA avrà detto sì. E intanto, sul traguardo della certificazione, qualcun altro ha già messo la freccia.
Chi volerà per primo?
La joint venture nasce per preparare la produzione su larga scala, ma la certificazione resta il vero cancello. Ed è qui che il panorama competitivo si fa più affollato e ambiguo. Archer Aviation, il principale concorrente di Joby, ha annunciato in aprile di essere diventata la prima azienda eVTOL a chiudere la Fase 3 del processo di certificazione FAA, avvicinando il suo velivolo Midnight all’ultimo miglio regolatorio. Non è ancora l’approvazione finale, ma è il passo più avanzato che qualcuno sia riuscito a compiere in un percorso a quattro fasi in cui nessuno ha mai tagliato il traguardo. E mentre Joby consolida l’asse con Toyota, resta la domanda scomoda: la potenza manifatturiera giapponese basterà a colmare il gap procedurale con chi è già più avanti nel dialogo con il regolatore?
L’architettura della nuova joint venture sembra pensata per uno scenario in cui la certificazione arriverà e il problema diventerà produrre abbastanza, abbastanza in fretta e a costi decenti. È esattamente ciò che Toyota sa fare. Ma è anche un azzardo: Toyota ha preso il controllo di una macchina organizzativa pensata per fabbricare un prodotto che non ha ancora il permesso di volare. E fino a quel giorno, la leadership di Toyota è più una dichiarazione d’intenti che una garanzia di primato. La storia degli eVTOL è piena di scadenze mancate, promesse riprogrammate e round di investimento che comprano tempo anziché certezze.
Toyota ha preso la cabina di pilotaggio, ma il velivolo è ancora senza ali. Finché la FAA non darà il via libera, la joint venture resta un gigante con i piedi per terra.




