Il 29% dell’intera fornitura alimentare nazionale sprecato, con un costo medio di 762 dollari a consumatore
L’illusione dei virtuosi
Basta guardare ai cosiddetti stati modello. Il Connecticut, uno dei soli cinque stati con un divieto di smaltimento dei rifiuti alimentari, nel biennio 2023-2024 ha raggiunto un tasso di riciclo alimentare del 39,53%. Non male, se paragonato a chi non fa nulla. Ma resta un dato che dice una cosa precisa: quasi il 60% del cibo buttato continua a finire dove non dovrebbe. Il Rhode Island vanta il tasso di scarto del settore alimentare più basso dell’intero dataset, al 58,08% nel 2024 — il che significa che anche nella migliore delle ipotesi più della metà del cibo gestito dalla ristorazione viene gettato. Il Massachusetts può esibire 38,08 impianti di compostaggio ogni mille miglia quadrate, il miglior accesso del paese; eppure la diffusione di infrastrutture non si è tradotta in un salto di efficienza tale da mettere lo stato in carreggiata per l’obiettivo 2030. Quanto al Vermont, le sue dimensioni ridotte gli permettono di registrare i volumi assoluti più bassi di scarto nella ristorazione (10.820 tonnellate) e nella vendita al dettaglio (3.040 tonnellate), ma spostare poco è diverso da un sistema che funziona. Se questi sono i migliori, il resto del paese è un disastro.
La classifica degli spreconi
La geografia dello spreco è senza pietà. L’Arizona svetta in cima alla lista degli stati più spreconi, mentre Washington, Idaho, Maine, Oregon e South Dakota occupano la parte bassa della classifica, guidando la pattuglia dei meno dissipatori. Ma il divario tra virtuosi e spreconi è quasi irrilevante di fronte alla scala del problema nazionale. Nel 2024, il surplus alimentare totale negli Stati Uniti ha raggiunto 70 milioni di tonnellate, pari a circa il 29% dell’intera fornitura di cibo. Secondo ReFED, il 25% di tutto il cibo prodotto — 60 milioni di tonnellate — è finito in discarica, incenerito, scaricato o lasciato marcire nei campi. Su 240 milioni di tonnellate di cibo disponibili, 70 milioni non sono mai arrivati a nutrire nessuno.
Rispetto al 2023 c’è stato un calo del 2,2%, la prima riduzione significativa su base annua dopo la parentesi della pandemia. Può sembrare un segnale incoraggiante, ma va letto accanto a un dato più strutturale: nel 2022 la generazione di spreco alimentare pro capite era di 149 chilogrammi, esattamente lo stesso valore registrato nel 2016, anno di riferimento per gli obiettivi federali. Sei anni di politiche, campagne e investimenti per restare fermi al punto di partenza. E la proiezione al 2030, secondo lo studio pubblicato su Nature, è impietosa: nessuno stato americano può raggiungere l’obiettivo di dimezzamento dello spreco alimentare basandosi esclusivamente sulle politiche statali attuali. Tutti indietro, nessuno escluso.
Il conto in tavola
Dietro le tonnellate e i miliardi c’è il portafoglio di ogni americano. Nel 2024 i consumatori hanno speso in media 762 dollari a testa per cibo che è finito nella spazzatura — una cifra che equivale a due mesi di spesa alimentare per una persona sola, evaporati tra avanzi dimenticati in frigo e porzioni non finite al ristorante. E se il costo sociale è evidente, quello privato comincia a farsi sentire anche nei bilanci aziendali: la riduzione degli sprechi alimentari è ormai riconosciuta come una decisione con impatto materiale sui profitti delle imprese alimentari. Non serve un’anima ecologista per capirlo: buttare cibo significa buttare denaro, e con i margini sotto pressione la lezione arriva da sola.
Sul fronte legislativo, al 31 dicembre 2025 erano 36 gli stati che avevano introdotto almeno un progetto di legge sullo spreco alimentare: 110 proposte, 24 approvate. New York guida la classifica con 12 disegni di legge presentati, seguita dal Massachusetts con 10. Ma il salto dalla proposta all’attuazione è ancora troppo timido: meno di un quarto delle iniziative si trasforma in norma, e nessuna di quelle approvate ha la scala e l’ambizione necessarie a invertire la rotta prima del 2030. Resta aperta una domanda: la politica seguirà i numeri o continuerà a rincorrerli con provvedimenti simbolici? Per ora, lo spreco alimentare è un paradosso tutto americano: si sa cosa fare, ma non lo si fa abbastanza. E il conto, nel frattempo, lo pagano i cittadini.




