Il piano militare honduregno ha già condotto 349 operazioni in venti aree protette tra maggio e agosto 2024
Immaginate di entrare in una riserva naturale e trovare soldati invece che guardie forestali. Non è la scena di un film distopico, ma la realtà dell’Honduras da quando, lo scorso maggio 2024, il Consiglio Nazionale per la Difesa e la Sicurezza ha dichiarato lo stato di emergenza per le foreste del paese e ha lanciato un video sul piano militare anti-deforestazione. L’idea è tanto ambiziosa quanto controversa: creare un battaglione di protezione ambientale con 8.000 soldati per fermare la deforestazione entro il 2029. Ma funziona davvero?
L’esercito contro la deforestazione: una soluzione a portata di mano?
La ricetta scelta dal governo dell’Honduras è tutta muscoli e uniformi. Il piano, battezzato “Zero Deforestation by 2029”, è stato annunciato a maggio 2024 con un obiettivo che fa breccia nell’immaginario: usare l’esercito per riprendere il controllo delle aree protette dove agricoltura, allevamento, estrazione mineraria e altre attività illegali prosperano indisturbate da anni. Per farlo, fino al 2028 sono stati stanziati oltre 766 milioni di dollari, una cifra considerevole per un paese centroamericano. Tra maggio e agosto 2024, le forze armate hanno già condotto 349 operazioni in venti aree protette, intervenendo sia nelle zone centrali che in quelle cuscinetto. Sembrerebbe un intervento risolutivo, quasi chirurgico. Ma chi conosce la storia recente del paese sa che non è la prima volta che i militari entrano in foresta. Già nel 2011, all’esercito fu affidata una parte dei programmi di riforestazione e prevenzione incendi, con un risultato paradossale: le agenzie forestali civili ne uscirono indebolite, private di competenze e risorse. Oggi il copione rischia di ripetersi. I numeri però raccontano un’altra storia.
Cosa dicono i dati: foreste in fuga e crimini impuniti
Tra il 2001 e il 2023, l’Honduras ha perso quasi un quinto della sua copertura forestale. La causa principale non sono le segherie clandestine o i trafficanti di legname, ma qualcosa di molto più radicato nel tessuto sociale: l’agricoltura itinerante, responsabile da sola del 74% della perdita di copertura arborea. Si tratta di contadini che bruciano pezzi di foresta per coltivare, spesso perché non hanno alternative economiche. Mettetevi nei panni di un soldato mandato a fermare una famiglia che cerca di sopravvivere: la divisa può intimorire, ma non risolve il problema a monte.
E poi c’è il dato che fa più male di una foresta in fiamme: il 97% dei crimini ambientali in Honduras resta impunito. Non è una stima approssimativa, è la cifra storica che emerge dai rapporti ufficiali. Nel 2022 e 2023, prima ancora che il piano partisse, le autorità avevano arrestato 153 persone per reati ambientali. Di queste, solo tre sono state condannate. Tre su 153. Se quasi nessuno paga per i danni che provoca, che senso ha schierare 8.000 soldati? È come tappare buchi con il dito mentre l’acqua entra da tutte le parti. La professoressa Kendra McSweeney, geografa alla Ohio State University, lo dice senza giri di parole: “La militarizzazione non è una soluzione a lungo termine”. E aggiunge che senza un investimento più ampio in politiche pubbliche, leadership e regimi legali che facciano rispettare la legge, l’approccio militare non può funzionare.
Intanto il cambiamento climatico non aspetta. Secondo il Global Climate Risk Index, tra il 1998 e il 2017 l’Honduras è stato il secondo paese più colpito al mondo dai cambiamenti climatici. Solo durante la stagione degli uragani atlantici del 2024, il paese è stato investito da 16 uragani. Meno foreste significano meno protezione naturale contro frane e alluvioni: un conto che si paga in vittime e danni economici. Allora, cosa manca davvero per invertire la rotta?
Oltre i fucili: l’unica strada percorribile
Cosa manca davvero? Manca un sistema giudiziario che funzioni, prima di tutto. Manca la volontà di affrontare le contraddizioni istituzionali che il piano stesso crea. Come ha fatto notare un rapporto dell’Istituto per la Conservazione Forestale, il piano assegna a un’istituzione – le forze armate – poteri che spetterebbero a un altro organismo, seguendo procedure legali ben precise. Sono cortocircuiti burocratici che rallentano tutto e creano conflitti di competenza. E mancano politiche pubbliche che offrano alternative a chi la foresta la taglia per necessità, non per profitto. Finché un contadino non avrà un altro modo per mantenere la sua famiglia, il soldato resterà un nemico da aggirare, non una soluzione.
Qui non si tratta di scegliere tra essere a favore o contro l’ambiente. Si tratta di capire cosa conviene fare, concretamente, con i soldi dei contribuenti. Oltre 766 milioni di dollari in armi, mezzi e stipendi per un battaglione ambientale sono un investimento che va soppesato con onestà. Quegli stessi fondi, o anche solo una parte, potrebbero finanziare programmi di agricoltura sostenibile, rafforzare i tribunali ambientali, formare guardie forestali civili e sostenere le comunità locali che già proteggono la foresta senza bisogno di divise mimetiche. La scelta è tra investire in armi o in un sistema che funzioni.
Per chi vuole foreste vere, non dichiarazioni di facciata, la strada passa dall’applicazione delle leggi e dal sostegno a chi vive nei territori. Sognare soluzioni militari è più facile che costruire giustizia, ma i numeri – quelli veri, non quelli dei comunicati stampa – raccontano che è una scorciatoia che non porta da nessuna parte.




