Il Regno Unito si limita a contrastare la deforestazione illegale, non quella legale

L’annuncio è arrivato la scorsa settimana, il 23 giugno 2026, a meno di sei mesi dall’entrata in vigore del regolamento europeo anti-deforestazione: il governo britannico ha presentato le sue nuove misure anti-deforestazione. Sette materie prime sotto osservazione, un meccanismo di due diligence per le imprese, la promessa di non importare prodotti che distruggono le foreste. Sembra l’EUDR, il regolamento che l’Unione europea ha adottato già nel 2023. Ma non lo è. A una lettura più attenta, quello di Londra è un passo indietro: più morbido, più tardi, più pieno di buchi.

L’annuncio e il suo doppiofondo

La lista delle materie prime è la stessa: bovini, cacao, caffè, olio di palma, gomma, soia e legno. Ma è sul perimetro dell’obbligo che il Regno Unito prende le distanze da Bruxelles. Mentre l’EUDR pretende che ogni prodotto immesso sul mercato europeo non provenga da terreni disboscati dopo il 31 dicembre 2020 — punto, senza aggettivi — il regime britannico si limita a contrastare la deforestazione illegale.

La differenza non è un dettaglio tecnico. Significa che un carico di soia coltivata su un’area disboscata legalmente secondo le leggi del paese d’origine potrà varcare la Manica, ma non entrare a Rotterdam. Significa che l’accertamento dell’impresa importatrice si ferma alla conformità normativa locale, non alla sostanza della tutela forestale. È una definizione che sposta il confine del problema dalla protezione degli ecosistemi alla verifica delle carte bollate. E lo sposta in là nel tempo: la legislazione attuativa arriverà nel 2027, dopo una consultazione che parte adesso. Le foreste, nel frattempo, continuano a cadere.

Il conto della semplificazione

Se Londra punta a non gravare sulle imprese, Bruxelles ha già rifatto i conti. Lo scorso maggio la Commissione europea ha tirato fuori un taglio del 75% dei costi di conformità: semplificazioni che abbattono gli oneri per le aziende soggette all’EUDR senza toccare l’obbligo di garanzia «deforestazione zero». L’operazione è servita anche a rendere digeribile il rinvio dell’applicazione: dopo essere entrato in vigore il 29 giugno 2023, il regolamento europeo è stato posticipato più volte, fino a fissare la data del 30 dicembre 2026 per i grandi operatori. Un anno e mezzo di rinvii, ma almeno con una tabella di marcia certa e un pacchetto di alleggerimenti già quantificato.

Il Regno Unito, al confronto, parte da zero. E parte dopo. La consultazione si chiuderà nei prossimi mesi, la legge arriverà l’anno prossimo, l’attuazione operativa chissà. Mentre l’Europa avrà già acceso i controlli, Londra sarà ancora in fase di scrittura delle norme secondarie. Il risultato è un differenziale competitivo che rischia di trasformarsi in un differenziale di rischio: chi esporta verso il Regno Unito avrà un incentivo a dirottare lì i prodotti che non passerebbero il vaglio europeo.

Chi vince, chi perde

Poi ci sono i buchi nella rete. Il regime britannico si applica alle imprese con un fatturato annuo superiore a un milione di sterline. Sotto quella soglia, nessun obbligo. Non è una franchigia irrilevante: in un Paese dove le piccole e medie imprese costituiscono la spina dorsale della distribuzione alimentare, esentarle significa lasciare scoperta una fetta consistente del mercato. Significa che il consumatore non potrà sapere se il caffè comprato dal piccolo torrefattore o il legno del falegname sotto casa vengono da una foresta bruciata in Amazzonia o da una piantagione certificata. L’EUDR non prevede soglie di fatturato: l’obbligo si applica a chiunque immetta le materie prime sul mercato, grande o piccolo che sia.

E poi c’è il paradosso più grande. Un prodotto agricolo coltivato su un terreno disboscato nel 2023 in un paese che lo consente è, per definizione, legale nel luogo d’origine. Quindi per Londra va bene. Per Bruxelles no, perché la data di cutoff è fissa e l’assenza di deforestazione è un requisito assoluto, non negoziabile con le leggi locali. Il risultato è che il Regno Unito rischia di diventare il mercato di sbocco di ciò che l’Europa scarta già alla frontiera. Non è un’ipotesi distopica: è l’effetto meccanico di due regolamenti asimmetrici che condividono la stessa lista di commodity ma non la stessa ambizione.

Dietro la retorica della protezione delle foreste, la realtà è una griglia piena di falle. Londra ha costruito un regime che parla la lingua dell’ambiente ma indossa gli abiti del pragmatismo commerciale. Le foreste, però, non distinguono tra deforestazione legale e illegale. Perdono alberi e biodiversità in entrambi i casi. E il consumatore britannico rischia di ritrovarsi nel piatto ciò che il vicino europeo ha già scartato. Le foreste non aspettano il 2027.